L’onda

(Die Welle) Un film di Dennis Gansel. Con Jürgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich, Jacob Matschenz. Drammatico, durata 101 min. – Germania 2008.

L’onda di Gansel racconta l’esperimento di un professore di liceo che impone ai propri studenti discipline, simboli e riti per capire il fascismo. Ma non resisteranno alla prova. Sono ottimisti, gli autori di L’onda (Die Welle, Germania, 2008, 101′).Lo sono per quanto il loro film racconti in maniera quasi crudele la nascita di un microsistema totalitario in un liceo tedesco. Lo chiama autocrazia, questo sistema, il film che il regista Dennis Gansel e il cosceneggiatore Peter Thorwarth hanno tratto (con qualche semplificazione didascalica) da un libro di Todd Strasser, a sua volta ispirato a un fatto accaduto 40 e più anni fa. In ogni caso, abbandonato il termine colto, poi il linguaggio si fa esplicito: è fascismo, quello cui un gruppo di studenti consegnano con entusiasmo se stessi. Il fascismo, appunto, non sarebbe più possibile in Germania: così dicono gli allievi del professor Rainer Wenger (Jürgen Vogel) all’inizio di L’onda. Lo conosciamo, e ne conosciamo le conseguenze, spiegano sicuri. È questo ottimismo – questo primo ottimismo – che gli autori del film vogliono confutare. Li spinge a farlo la memoria di un passato che, peraltro, la culturae la politica della Germania hanno sottoposto a critica dolorosa. E tuttavia, per dirla in latino, non solo dei Tedeschi ma anche di tutti noi in fabula narratur.
A provarlo basterebbe ricordare che L’onda di cui nel film si racconta non è nata in Europa, ma negli Usa. Nel 1967, in un liceo di Palo Alto, in California, il professor Ron Jones decise di spiegare ai suoi studenti che cosa fosse il totalitarismo utilizzandone su di loro gli strumenti: disciplina, spirito di corpo, riti, simboli, canti. Il risultato fu un’esplosione di fanatismo, e di violenza. Le ragioni del disastro, teorizzò poi il professore, vanno ricercate nel fatto che «molti di quei ragazzi non avevano una comunità, una famiglia di riferimento, un senso di appartenenza ». È utile aggiungere che qualche anno prima, nel 1963, lo psicologo sociale Stanley Milgram aveva pubblicato i risultati inquietanti di una ricerca sull’obbedienza da lui coordinata proprio all’Università di Palo Alto, e proprio fra gli studenti (scelti con la preoccupazione che fossero “normali”). Più tardi, nel 1971, un altro psicologo sociale, Philip Zimbardo, condurrà una ricerca analoga in una prigione simulata presso l’Università di Stanford (e di nuovo con individui normali). I risultati, sconvolgenti, oggi si possono leggere in L’effetto Lucifero (edito nel 2008 da Cortina).
Torniamo ora al film, e al professor Wenger. Come il suo collega californiano, anche lui spiega agli studenti che cosa sia il fascismo, e più in generale il totalitarismo, facendone loro vivere direttamente i metodi di manipolazione dei comportamenti e di costruzione identitaria. Prima di tutto,spiega all’inizio della «settimana a tema»dedicata all’autocrazia, per produrre un blocco sociale compatto occorre mettersi in uniforme, uniformando così anche la propria Weltanschauung (in Italia si parlerebbe di idem sentire). Poi, ognuno in camicia bianca, gli studenti sono indotti a irrigidire i corpi in rituali gelidi e insistiti: tutti si alzano negli stessi tempi, allo stesso modo, con lo stesso ossequio dell’autorità (il professor Wenger). Il potere si raggiunge attraverso la disciplina – dice il nuovo führer a soli fini didattici –, ma anche attraverso l’obbedienza e «durch Gemeinshaft». Così scrive alla lavagna. E però, invece dell’unica traduzione sensata – «attraverso la comunità», contrapposta alla società (Gesellshaft) –, il doppiaggio preferisce un più neutro «attraverso l’unità». Ma non è tanto una generica unità, quella che Wenger intende, quanto una precisa, specifica comunità. Solo su di essa, spiega, è possibile fondare una identità che produca un agglomerato politico compatto, e fascista. Che cosa manca, ora? Bandiere, parole d’ordine, riti e simboli identitari, e soprattutto un nemico. Infatti, ai suoi allievi Wenger si preoccupa di indicarne uno esplicito, vicino. Si tratta degli studenti del piano di sotto. Sempre più chiusi in una «comunità di lotta », contro di loro i ragazzi rivolgono il fragore dei propri passi di marcia. A questo punto, in sala non resta che attendere l’esito finale, tragico. A esso, sostengono più con i dialoghi che con le immagini Gansel e Thorwarth, quei ragazzi giungono perché insicuri, sradicati. Ed è questo il loro ottimismo residuale. Se avessero letto Milgram e Zimbardo, o se ricordassero la storia del loro (e del nostro) Paese, saprebbero che il totalitarismo non è una patologia, un’affezione che minacci uominie donne “malati”. Al contrario, sono gli uomini e le donne “normali”i candidati all’idem sentire, e alla violenza fanatica che ne viene. Di noi, di tutti noi in fabula narratur, purtroppo.
Roberto Escobar, Il Sole-24 Ore, 8 marzo 2009

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One Response to L’onda

  1. […] L’onda (Die Welle) di Dennis Gansel (Germania, 2008, 101′) […]

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