Il cattivo tenente – ultima chiamata New Orleans

Un film di Werner Herzog. Con Nicolas Cage, Val Kilmer, Eva Mendes, Xzibit, Shea Whigham. Titolo originale Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans. Drammatico, durata 121 min. – USA 2009. – 01 Distribution

Il cattivo tenente di Herzog racconta la storia dell’agente Terence, che nella New Orleans devastata dall’uragano Katrina combatte la malavita senza convinzione. Redenzione o beffa? Non c’è alcun dio né alcun demonio, sotto il cielo di piombo di Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans (Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans, Usa,2009, 121′). Vagamente ispirato al Bad Lieutenant di Abel Ferrara, non ne ha le contraddizioni e gli eccessi paranoico-religiosi. Terence McDonagh (Nicolas Cage) non è un santo peccatore né un timorato bestemmiatore, com’era invece il poliziotto irlandese e cattolico interpretato nel 1992 da Harvey Keitel. Se è “cattivo”, non ne fa una colpa a nessuna entità superiore, e neppure a se stesso. Insomma, è disinteressato a qualunque al di là, e tutto interno alla terribilità oggettiva della vita, non solo umana.
Proprio dal confronto, e anzi dal contrasto fra la vita umana e quella non umana prende inizio il film di Werner Herzog e dello sceneggiatore William M. Finkelstein: un serpente si infila sinuoso tra le sbarre di quella che sembra una grata o un’inferriata. Scopriremo poi che si tratta della porta di una cella, e che dentro la cella – allagata fin quasi al soffitto – un prigioniero sta per annegare. L’azione, avvertono i titoli di testa, si svolge a New Orleans, appena dopo il passaggio distruttore dell’uragano Katrina, il 29 agosto del 2005. Ma non è quella catastrofe l’interesse profondo del regista tedesco. D’altra parte, il film non ne mostra le immagini. La catastrofe che davvero Il cattivo tenente racconta sta tutta nella mente e nel corpo di Terence, e degli uomini e delle donne che gli stanno attorno.
Già dall’inizio, con il prigioniero che sta per morire affogato, Herzog ce la mostra, quella catastrofe. Più freddo e più crudele d’un serpente, Stevie (Val Kilmer) – il detective compagno di Terence – lascerebbe il disperato al suo destino. E s’appresta a farlo, ridendone. Non così Terence, che si butta in acqua e lo salva. Ma non è un gesto eroico, il suo. Piuttosto, somiglia a un impulso casuale, immotivato. È questa la vera catastrofe: non quella dell’egoismo beffardo di Stevie, ma quella della solidarietà distratta e indifferente di Terence. Può fare qualunque cosa, il “cattivo tenente”, il male come il bene, supponendo che per lui questo dualismo abbia senso.
Sostiene Herzog che Terence sia una sorta di Riccardo III, già a partire dal corpo (per tutto il film Cage si muove con le spalle curve, rattrappite, simulando un forte dolore alla schiena). Tuttavia, non c’è in lui alcuna volontà di potere, di usurpazione. Tutto quello che nel personaggio di William Shakespeare tende al trionfo “in pubblico”, in Terence si riduce a misere prepotenze “in privato”, magari a danno di qualche coppia d’amanti occasionali, cui sottrae con l’inganno e la violenza una o due bustine di coca o di eroina. E tutto questo, peraltro, non contrasta con la sua decisione, anch’essa non eroica ma certo cocciuta, d’arrivare a scoprire e punire gli assassini di un’intera famiglia di immigrati africani, bambini compresi.
Tutto è uguale nella mente di Terence e nel suo mondo. Li si può dire extramorali, l’una e l’altro, se per moralità (o immoralità) si intende l’atteggiamento consapevole di chi sceglie, in un senso o nel senso opposto. Il cattivo tenente appunto non sceglie. Come per il suo tuffo in soccorso del prigioniero, semplicemente si trova coinvolto nelle proprie azioni, quasi costretto a portarle fino in fondo. Una sola cosa davvero vuole, e davvero sceglie: l’assunzione della droga, che di continuo ricerca in ogni modo. Per il resto, vive in una sorta di allucinazione, come se quello che gli sta intorno non fosse che una proiezione di fantasmi. E a questi fantasmi Herzog dà vita e corpo, riprendendo egli stesso con una speciale macchina da presa a mano iguane e alligatori, che stanno in scena quasi in soggettiva, e allo stesso tempo ne stanno fuori, tragici e spaesanti testimoni di una dimensione “selvaggia” della vita, anche di quella umana.
A differenza del film di Ferrara, che era una pia vita del santo capovolta, questo secondo Cattivo tenente è un noir profondamente, disperatamente ancorato nell’umano, troppo umano. Non solo Terence è disinteressato a una prospettiva morale, di qualunque tipo. Come lui, lo sono quelli stessi cui dà la caccia, assassini e mercanti di droga che vengono dai ghetti neri, e che peraltro somigliano ad assassini e mercanti di droga bianchi, soci e alleati di altri bianchi, ricchi e potenti. Insomma, sotto il cielo di piombo di New Orleans vive una catastrofe più profonda, e più mortale, di quella di un uragano. Eppure, il film ha un lieto fine. O meglio, sembra averlo, per chi creda alla redenzione di Terence. Gli altri, più prudenti e più attenti, ci vedono invece un’ultima beffa di Herzog.
Roberto Escobar, Il Sole-24 Ore, 20 Settembre 2009

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One Response to Il cattivo tenente – ultima chiamata New Orleans

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