Il mio vicino Totoro

Un film di Hayao Miyazaki. Con Chika Sakamoto, Hitoshi Takagi, Noriko Hidaka, Shigesato Itoi, Tanie Kitabayashi. Titolo originale Tonari no Totoro. Animazione, durata 86 min. – Giappone 1988. – Lucky Red

Vuol dire folletto, Totoro. Anzi vuol dire folletto nel giapponese storpiato da una bimba di 4 anni. La piccola Satsuki, quando lo incontra nella foresta, sull’albero più alto, non si spaventa, anzi le si accovaccia sopra aggrappandosi ai peloni, e poi urla alla sorellina Mei, otto anni, danzando di gioia in stile sioux, la sua grande «scoperta». Diventare ciò che guardi, incorporarlo.
Le bimbe Mei e Satsuki (il loro nome vuol dire «maggio», in giapponese moderno e antico) si sono appena trasferite col papà in una casa lontana nei boschi, per stare vicine alla mamma malata, e ricoverata non lontana. E quella loro nuova villetta di legno, così chiacchierata dai vicini, così stregata, diventa la casa dei giochi perfetta, con mille creaturine nere che appaiono e scompaiono dai muri, quel coniglione Harvey che è come una maneggevole bambola omnisex dai super poteri, una vasca da bagno in legno per giocare nude con papà e dei vicini di casa strani, come Duvall in Il buio oltre la siepe… ma mostri buoni.
La mamma aveva già raccontato a Satsuki le imprese della mitica creatura dei boschi, la sua bontà «introversa», come comunicare con chi è altro da te, anche nel pelo, come diventarne amico: basta un gesto affettuoso non affettato (e, attenti al finale, si sbircia un libro per bambini, vicino al letto d’ospedale della mamma…).
La parola giapponese to ro ru (folletto) diventò così per sempre totoro. Perché questo folletto è speciale, un «diverso» che non esprime il mito del passato eroico, insomma non piacerebbe a Julius Evola. E viceversa. Totoro è un simbolo? «No, un simbolo non significa niente, non esprime niente. Rende soltanto presente – rendendoci presente ad essa – una realtà che sfugge a ogni altra presa». Lo disse Blanchot e Miyazachi alias Satsuki, ha occhi e cuore ben prensili.
Oggi King «Totoro», è la mascotte degli Studi Ghibli di Miyazaki & Co., tuttora situati nella periferia di Tokyo. È il pupazzetto-simbolo, grigio e bianco, soffice e misterioso – merchandising disponibile in tre dimensioni: gigante, medio e piccolo- un po’ angelo custode, un po’ divinità agrodolce, ritratto dal cartoonist giapponese che è l’erede orientale di Disney. Perché l’opera che ha scoperto questo folletto «che non ha nulla dello gnomo celtico», Il mio vicino Totoro (’88), che divenne a poco a poco un cultmovie ineguagliato in patria, e finalmente oggi è nei nostri cinema, è la sintesi della fantasiosa, lisergica e misteriosa ossessione visiva di un narratore «realista dell’inverosimile», di un esploratore dei nostri mondi paralleli – anche se vicini di casa – di un disegnatore unico e sovversivo, che fa dell’autobiografia (la madre di Miyazaki soffrì di tubercolosi spinale e restò in ospedale 9 anni) penetrando con profondità le antiche fiabe archetipe, le leggende più inossidabili e i fatti storici fondamentali e dimenticati che appartengono all’umanità tutta, e non al solo Giappone.
E chi conosce i suoi film usciti in Italia – quanto più poetici nel giocare con il tempo e con lo spazio, tanto più inquietanti nel ribaltare comportamenti e dettami etici anchilosati – da La principessa Mononoke a La città incantata, da Il castello errante di Howl a Ponyo, e la sua produzione televisiva (Heidi, Lupin…), non può certo stupirsi del paragone con il più celebre maestro americano che insegnò agli artisti del cinema l’autonomia creativa «con tutti i mezzi necessari» e il rischio, il coraggio, il dovere di ricominciare sempre daccapo, perché l’arte è metamorfosi, come fossimo tutti l’aviatore antifascista italiano Porco rosso, che vola in diaspora con il suo biplano a salvare le vittime dei micro mussolini globali, o la piccola strega Kiki, immersa in un panorama da riviera di Levante e di Ponente nello stesso tempo, perché partendo da lì Colombo rifece il lifting al mondo. Oppure questo gigantesco elfo peloso, baffuto e laconico, invisibile a tutti ma non a certi bambini normali, che abita gli alberi più alti e le foreste più nere, ma che non disdegna di prendere, a volte, il gattobus che sfreccia nelle notti più piovose. Basta offrirgli un ombrello, per quanto piccolo. Questo Totoro Il mio vicino aiuterà le due bambine, a non perdere il contatto con la madre. Ma le bimbe daranno a Totoro il suo senso. «In quanto legato a un corpo, incarnato, lo spirito infatti acquista una personalità». Noi possiamo essere Totoro.
Roberto Silvestri, Il Manifesto, 18 settembre 2009

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One Response to Il mio vicino Totoro

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