Soul Kitchen

Un film di Fatih Akin. Con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Wotan Wilke Möhring, Jan Fedder, Peter Lohmeyer, Dorka Gryllus, Lukas Gregorowicz, Catrin Striebeck. Commedia, durata 99 min. – Germania 2009 – Bim Distribuzione

Il regista, attore, produttore, scrittore, documentarista e anche operatore turco tedesco Fatih Akin, cultore da sempre delle colonne sonore cool (ricordate il doc sulla nuova musica turca, Crossing the bridge) e titoli di coda mai banali, dopo La sposa turca che lo ha lanciato nell’aristocrazia dei festival d’arte cinematografica, presenta la sua nuova (e premiata), dignitosa e aritmica, commedia interetnica dedicata alla sua Amburgo («una città aperta 24 ore su 24, non come Manhattan che alle 4 di mattina è un mortorio») che alla Mostra di Venezia 2009 ha conquistato il prestigioso premio speciale della giuria.
Soul Kitchen ci coinvolge nella vita, nell’anima e nella cucina di Zinos Kazantsakis (l’attore greco tedesco Adam Bousdoukos, cosceneggiatore del film), piccolo imprenditore di origine greca, proprietario di un ristorantino nel quartiere proletario di Wilhelmsburg e collezionista di sfortune. Ha un forte mal di schiena che rasenta l’ernia del disco; ha un inquilino, il vecchio Sokrates, costruttore di barche, che non gli pagherà mai l’affitto; ha una fidanzata, Nadine, sassone, bionda e dei quartieri altissimi che si trasferisce per lavoro a Shanghai e lì lo pianta per una bellezza locale; ha un fratello, Illias (Moritz Bleibtreu), in semilibertà, bandito inveterato, rapinatore discreto, ma ossessivamente attratto dalle grosse perdite al gioco d’azzardo; ha un agente immobiliare che vuole speculare sul suo locale; ha gli ispettori del fisco e della sanità alle calcagna; ha assunto uno chef raffinatissimo, Shayn (Birol Unel), e così perde improvvisamente anche tutti i suoi rozzissimi clienti, abituati a pizze surgelate, patatine, insalate, hamburger di pesce e crauti dall’identico sapore, e a puzzare perennemente di fritto rancido…
Eppure le cose possono anche cambiare. Al cinema. Se no, perché pagare pure un biglietto per compiacersi della propria miserabile esistenza? Solo per ammirare la fotografia, grunge abbastanza, e anche nerastra, di Rainer Klausmann? Basta avere un piano magistrale e qualche sano principio controcorrente nella zucca, come: «non puoi vendere l’amore, né il sesso né l’anima!»; una passione irrefrenabile per il rock, il soul e la danza posteuclidea, un impianto da dj nuovo di zecca che Illias ruba per far colpo sulla sensuale cameriera; il manuale in tasca su come trasformare l’avvelenatoio patentato in un posticino di tendenza e la fortuna di incrociare sulla tua strada non la costosa chirurgia tedesca, ma un turco spaccaossa che usa i metodi dell’antica Troia… Ciliegina sulla torta transculturale, pensando a Cipro (che ha un sindaco comunista, e i turchi dall’altra parte del confine): un amore che può sbocciare tra Romeo e Giulietta, tra un greco tedesco e una turca tedesca…Akin è un cineasta che alterna finzione e documentario e sta montando Garbage in the Garden of Eden, su Cambumu, villaggio sul mar Nero, che lotta contro la costruzione di una discarica. L’attenzione per la vitalità e la verve dei tempi morti che il documentario trasforma in azione è la qualità maggiore di questa opera, anche troppo scritta e matura, perfino di genere heimat e stipata di parenti: il fratello di Fatih, Cem (l’amico di Illias), la mamma di Bleibtreu, Monica (la comica nonna di Nadine), e Monique Akin, al casting.
Roberto Silvestri, Il Manifesto, 8 gennaio 2010

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