La mia vita in rosa

(Ma vie en rose, Belgio, Francia, 1997, 89′)
di Alain Berliner, con Michèle Laroque, Jean-Philippe Écoffey, Hélène Vincent, Georges Du Fresne, Daniel Hanssens, Laurence Bibot, Jean-François Gallotte.

Ludovic è un bambino di sette anni che si sente bambina, al punto da dichiarare che, da grande, diventerà una ragazza. La madre e il padre, non danno peso alla cosa, giudicandola uno scherzo infantile. Ludovic però ama identificarsi con la magica Pam, eroina di un serial televisivo, si comporta come lei, e alla festa organizzata dai genitori si fa vedere con abiti femminili. Così cominciano le preoccupazioni e l’incertezza sulle cose da fare…

“Il film parla di magia, sogni e speranza”: su queste tre parole immortali, soprattutto per il cinema, il regista Berliner ha costruito con grazia un’opera non facile da dimenticare, qualcosa di diverso da un film sull’omosessualità. Con leggerezza implacabile ha circondato gli splendidi sette anni del piccolo Ludovic, che vive con la famiglia in una benestante zona residenziale del Belgio e ama truccarsi e indossare gli abiti della madre, di tanti, troppi sguardi incapaci di varcare i limiti della propria meschinità. Gli stessi genitori non fanno altro che sforzarsi imperdonabilmente di ricondurlo a quella normalità che, se fosse termine ancora meritevole di discussione, equivarrebbe allora a un concentrato di mediocrità, falso cameratismo e ipocrisia. Aggiungendo magari la bruttezza: adulti brutti che non se ne salva uno, uomini lontani da ogni tentazione e donne un po’ troie che s’adattano agli abiti (vietati a Ludovic) come le due sorellastre di Cenerentola all’agognata scarpetta. Fosse per loro il Belgio resterebbe un compagno della comunità europea del quale non sappiamo niente e niente ci interessa sapere. Ma lo spiraglio aperto da “La promesse” s’impone in tutt’altra chiave e nonostante tutto, grazie agli occhi sereni del piccolo che accetta la sua diversità ancor prima di riceverne un’approssimativa ma consolante spiegazione “scientifica”. “Io sposerò il mio amichetto quando non sarò più un maschio” è l’atteggiamento innocente che paga di persona in un’età in cui sarebbe ancora troppo presto per pagare, ma è anche la determinazione che lo spinge a scappare, a tentare ingenuamente il suicidio, a rifugiarsi tra le braccia di una nonna troppo giovane dentro che, solo lei, sa trattarlo per quello che è: un bambino. Con la benedizione di un’icona gay adatta a quell’età, una bambolona della tv, mezza Barbie e mezza Anita Ekberg, che vive in un fatato mondo di plastica colorata dove per i sogni è ancora possibile trovare ospitalità.
Marco Medelin, http://www.tempimoderni.com

Berliner si prende tutto il tempo necessario a esporre le situazioni e illustrare le reazioni dei personaggi, con l’effetto che lo spettatore ha l’impressione di partecipare in diretta agli eventi. Non è un piccolo merito riuscire a sposare toni seri, umorismo e pudore, alternando senza squilibri la commedia col dramma. Però La mia vita in rosa fa di più. Per spiegarlo, il regista ha preso a prestito una frase di Picasso: ‘Dove c’è del grigio, io metto del rosa’. Ecco: la cosa davvero singolare del su film è la capacità di sospendere le situazioni tra sogno e realtà, a partire dal mondo di bambola che Ludovic si è creato. Da buon belga, Alain Berliner flirta con la particolare tradizione surrealista del suo Paese, quella dei Magritte e dei Delvaux che nei loro dipinti colgono il momento in cui sogno e realtà sfumano i confini al punto di renderli indistinguibili. Ma non stupisce neppure apprendere che tra i titoli di culto del regista c’è Edward mani di forbice di Tim Burton, non a caso una delle più belle favole sulla diversità che il cinema ci abbia regalato.
Roberto Nepoti, La Repubblica, 15/04/1988

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