Reinas – il matrimonio che mancava

(Reinas, Spagna, 2005, 107’)
di Manuel Gómez Pereira, con Verónica Forqué, Carmen Maura, Marisa Paredes, Mercedes Sampietro, Betiana Blum, Gustavo Salmerón, Unax Ugalde, Hugo Silva, Daniel Hendler, Paco León, Raúl Jiménez, Ginés García Millán, Jorge Perugorría, Lluís Homar, Fernando Valverde.

Le regine del titolo sono le cinque madri di giovanotti omosessuali che nella Spagna di Zapatero si accingono a sposarsi in una pubblica cerimonia nel municipio di Madrid con altre quindici coppie gay. Evento mediatico. Pur essendo il fine – e lo spiccio finale – della storia, la cerimonia è soltanto un pretesto. Scritta nel 2003 e poi aggiornata da Joaquin Oristrell e Yolanda García Serrano prima che la legge del nuovo governo socialista fosse approvata, è un’aggrovigliata pochade corale che riprende schema, struttura e temi delle commedie – fiorenti a Hollywood negli anni ’50 – sull’affannosa vigilia nuziale: caos, isterismo, preoccupata gelosia verso i futuri generi, complicazioni dell’ultimo minuto. Svariante mammismo moltiplicato per cinque che è, però, una novità: in quale altra cinematografia un film punterebbe su 5 attrici tra i 50 e i 60 anni, 4 spagnole vispe V. Forqué, C. Maura, M. Paredes, M. Sampietro e l’argentina B. Blum? E su un peloso, nevrotico cagnone bianco, bene addestrato? Di certo non a Hollywood né a Cinecittà. Esordiente con Salsa rosa (1991), M. Gómez Pereira, specialista di successo nel ramo commedia, ha diretto probabilmente il suo film più divertente, pur con sbagli nelle dosi di zucchero, sale e pepe. Il tutto in un brodetto almodovariano. Distribuito sotto Natale 2005 dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti, suscitò le proteste di alcune associazioni cattoliche che difendono la sacra triade Dio-Patria-Famiglia. E si beccò un clericale vietato ai minori di 14 anni.
Il Morandini, Zanichelli Editore

Per tre giorni cinque madri sull’orlo di una crisi di nervi, ma soprattutto per uno sciopero dei cuochi, nella commedia almodovariana di nozze omosex Reinas di Gomez Pereira, uscito in Spagna in aprile sull’onda della legge sui matrimoni gay: 500.000 spettatori e nessuna polemica. Da noi il film sarà lanciato dalla Lucky Red il 23 dicembre «anche con una leggera provocazione natalizia», dice Andrea Occhipinti che l’ha prodotto e lo distribuisce. Ma già ieri i poster del film a Roma sono stati imbrattati con scritte anti Zapatero e sono apparsi alcuni siti in cui si lancia una petizione per la messa al bando del film (che nessuno ha ancora visto) infiammati dall’ attualità dei matrimoni gay da ieri leciti anche in Inghilterra. Il sito dell’associazione Famiglia Italiana freme di sdegno e invita a firmare contro la crisi della morale: «indecente commedia», «scontro di valori», «censura col paraocchi». Le reazioni sono, come dire, bipartisan: ci sono quelli che si uniscono all’allarmato invito (coniata anche la formula «Famiglie, non PACSate!») per dire che le debolezze umane non hanno fondo. E quelli che rispondono per le rime: «Auguri e figli trans», o con un verso di Fabrizio De Andrè o recuperando l’ aggettivo politico («Fascisti!»). Infuria un marketing mediatico (…) Maurizio Porro, Il Corriere della Sera, 6 dicembre 2005

“Zapatero, Zapateraaaaa, come è triste sta canciòn – Jo sognavo Che Guevara e c’è Bordon!”. La geniale canzone di Crozza racconta di quanto Zapatero sia un mito per la sinistra italiana. Inoltre, misura la temperatura dello “zapaterismo”, una movida politicamente corretta dove i severi precetti della Chiesa contano come il due di picche (e siamo in Spagna!), i gay si possono sposare e la scuola privata, lapalissianamente, se la pagano i privati. Questione di immaginario, per gli iberici, e di utopia, per noi. Reinas viene dipinto come un film zapaterista anche se girato prima che le cerimonie nuziali “incriminate” fossero possibili. In verità si tratta di una commediola gradevole, ispirata più che ad Almodóvar ai suoi spunti abituali (il mélo e la commedia sofisticata americana), impreziosita da un cast femminile che da solo basta e avanza per vivificare qualunque sceneggiatura. E a ben guardare, per la causa omosessuale il film è un’arma a doppio taglio perché le coppie gay destinate a sposarsi “in gruppo” davanti a un giudice (madre contrariata di uno di loro) danno l’idea di perseguire ideali piccoloborghesi, e sono incapaci di vivere storie d’amore e di sesso senza sentirsi preventivamente una “fenomenologia” o un baluardo. Gli stereotipi abbondano (un padre sbirro, l’altro operaio comunista: uniti dalla conclamata virilità) e siccome anche l’omo è uomo (vedi Hugo), alla fin fine la “gnocca” è irresistibile per tutti. In effetti, a ben pensarci, un film machista.
Mauro Gervasini, Film TV, http://www.film.tv.it

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