Francesca

Un film di Bobby Paunescu. Con Monica Dean, Doru Boguta, Luminita Gheorghiu, Teodor Corban, Doru Ana. Drammatico, durata 94 min. – Romania 2009 – Fandango

Francesca. Anche le colpe dei romeni nel film contestato (in Italia)
Da qualche anno la Romania sta rivelando al mondo una serie di registi di grande valore, capaci con le loro opere di ribaltare molti dei luoghi comuni della critica (tipo che il cinema sanno farlo solo a Hollywood) ma soprattutto mostrando un lucidità d’ analisi sul proprio Paese davvero eccezionale. E soprattutto invidiabile. L’ultimo arrivato in ordine di tempo sui nostri schermi (ma al Festival di Torino si è vista una Medaglia di merito che non dovrebbe sfuggire ai nostri distributori più attenti) è Francesca di Bobby Paunescu, un esordio che si è conquistato uno scampolo di notorietà sui giornali per le battute sulla deputata Alessandra Mussolini e sul sindaco di Verona che vengono accusati di razzismo. Le solite polemiche italiane di chi non ha visto il film e si è fermato alle primissime scene, perché se c’ è qualcuno che esce davvero male da questo film è proprio il popolo romeno e il suo sogno di un’Eldorado fatta di soldi e di benessere. A fare da «guida» in questa scoperta di una Romania che ha perso la sua identità, c’è Francesca (Monica Birladeanu, ma i fans di «Nip/Tuck» la conoscono come Monica Dean, l’infermiera lesbica Jennifer), una maestra d’asilo trentenne che vorrebbe andare in Italia con l’idea di aprire un asilo per i figli dei suoi concittadini emigrati. Una specie di rediviva Francesca Cabrini, la patrona degli emigranti fatta santa da Pio XII, che a cavallo del Novecento costruì orfanotrofi e asili in America, lottando per l’ integrazione dei suoi connazionali andati a cercare lavoro Oltreatlantico. E il fatto che la romena Francesca trovi lavoro a Sant’Angelo Lodigiano è un’esplicita sottolineatura del riferimento alla Santa, nata nello stesso paesello nel 1850. A questo punto il destino della protagonista del film sembra deciso: nonostante i timori del padre (che appunto le ricorda gli atteggiamenti della Mussolini) o della sua direttrice scolastica (che le riferisce la più popolare delle leggende metropolitane: in Italia i romeni verrebbero usati come cavie per il traffico di organi), Francesca è pronta a partire. Ma nei pochi giorni che la separano dal viaggio sarà costretta ad aprire gli occhi su una società che, per usare le parole del regista (nato a Bucarest ma cresciuto a Milano e laureato in Svizzera), «risente della mancanza di punti di riferimento e di valori» e rivela «un mondo violento, aggressivo e non sicuro». Comincia un sedicente addetto all’immigrazione che naturalmente chiede una mazzetta («non per me, per l’agenzia») per proporle un primo impiego, ma è soprattutto il fidanzato Mita (Dorian Boguta) a rivelarle un mondo di corruzioni e di intrallazzi, dove il mito dell’affare facile facile, con cui guadagnare in fretta, si sbriciola davanti ai ricatti, ai sotterfugi, alle furbizie. E la scena col padrino, a cui Francesca chiede un prestito di mille euro sperando così di levare Mita dai suoi problemi, fa intuire i rapporti non proprio solari a cui le donne devono sottoporsi. Ma più che la forza delle cose è lo stile delle riprese la forza del film. Paunescu sceglie di filmare tutto con apparente oggettività, spostando pochissimo la sua macchina e per questo «subendo» gli impedimenti che la realtà mette tra l’obiettivo e le persone. Che si tratti di pareti o di ombre che non si riescono a scansare, o di distanze che non si riescono a colmare, l’effetto è quello di una ineluttabilità a cui non si può sfuggire. Una macchina da presa mobile, che segue le persone, ci trasmette l’idea di una realtà in continuo divenire, che si può modificare come si modifica il punto di ripresa. Ma una macchina da presa «bloccata», che non stacca mai il suo obiettivo, obbliga chi guarda a osservare anche quello che non vorrebbe vedere, riducendo l’emotività a favore dell’oggettività. E quello che Francesca non vorrebbe più vedere, partendo per l’Italia, il regista ce lo mette sotto gli occhi, con una durezza e un coraggio davvero encomiabili.
Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera, 26 novembre 2009

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