La prima linea

Un film di Renato De Maria. Con Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Fabrizio Rongione, Duccio Camerini, Lino Guanciale. Azione, durata 96 min. – Italia 2009. – Lucky Red

Molto si è detto e scritto su La prima linea, il film diretto da Renato De Maria e basato su Miccia corta di Sergio Segio, spesso senza averne visto neppure un’inquadratura. Adesso, a bocce ferme, vale la pena riflettere su alcune delle scelte narrative e interpretative del regista e del suo cast: Riccardo Scamarcio nelle vesti di Segio e Giovanna Mezzogiorno in quelle della sua compagna, Susanna Ronconi. Innanzitutto una premessa: ci uniamo alla richiesta avanzata a tutti i registi e gli sceneggiatori di Italia da molti, ma da nessuno più elegantemente di Giuseppe Galli, figlio del giudice ucciso da Segio e compagni – un omicidio del quale nel film non si parla: «È giusto, trent’anni dopo quei tragici fatti, cercare di capire le ragioni di quello che è successo», scrive Galli. «Credo però che ciò vada fatto anche dalla parte delle vittime» perché «oggi, mentre Sergio Segio può uscire con la seconda edizione del suo libro, Guido Galli esiste solo perché ha 17 mesi, ed è mio figlio». Ci auguriamo con lui che, ora che molti dei figli rimasti orfani in quegli anni hanno cominciato a raccontare la loro storia, i loro padri possano tornare a esistere almeno sul grande schermo. Ma fatta questa doverosa prefazione, è giusto anche dire (come riconosce, nonostante il dolore, lo stesso Giuseppe Galli) che La prima linea tutto fa fuorché glorificare Segio e le sue imprese, al punto che lo stesso protagonista si è lamentato (nella premessa della seconda edizione del suo libro: anche questo è marketing…) perché l’aura romantica che nella sua memoria evidentemente circonda ancora quel periodo è totalmente assente dal film di De Maria.
Il regista invece ha scelto, con una lucidità che manca a molto cinema italiano (vedi Il grande sogno di Michele Placido, ingiustamente preferito a La prima linea all’ultima Mostra di Venezia), di trasformare i protagonisti in figure simboliche, in questo ben supportato dalle interpretazioni di Scamarcio e Mezzogiorno. La prima linea non racconta la complessità degli esseri umani, ma la rinuncia di molti, soprattutto in quel periodo, alla propria umanità. Segio e Ronconi vengono ritratti come meri portatori di morte: se La prima linea fosse un fantasy, sarebbero i Mangiamorte di Harry Potter – oscuri, predatorii, intercambiabili, e motivati da un unico impulso, quello di cibarsi delle vite altrui per riempire il vuoto della propria. Al contrario dei vampiri di Twilight (altre creature cui i personaggi di La prima linea potrebbero ricordare), la loro dimensione non è romantica: infatti vengono raccontati come incapaci anche di amarsi, men che meno di dare vita (questo spiega la presenza incongruente della scena, assente dal libro Miccia corta, in cui una vicina di casa “appoggia” suo figlio in braccio a Susanna e lei e Sergio non sanno che farne). Se infine La prima linea fosse un film di fantascienza, i due protagonisti sarebbero gli alieni che invadono il nostro pianeta, e infatti quello che dicono nel film per giustificare le loro azioni sembra oggi altrettanto privo di significato (per gli umani) del «Klaatu, Barada, Nikto!» di Ultimatum alla terra. Casomai la pericolosità narrativa, dal punto di vista della “glorificazione” dei personaggi, sta nell’atteggiamento del killer riluttante, mero “strumento della storia”, al limite del cristico («Padre, allontana da me questo calice») con cui Scamarcio svolge le sue azioni. Ma è la morte nel suo sguardo a imprimere un inequivocabile segno negativo alla sua interpretazione, sottovalutata dalla critica. Se nel fanatismo di Susanna Ronconi, ricreata per il grande schermo da Giovanna Mezzogiorno, c’è un’autenticità che la rende riconoscibile, Scamarcio rinuncia a qualsiasi possibilità di identificazione per diventare un morituro e un mortifero, un dannato metaforico, veicolo di un Male «fuori dal tempo e dal mondo». Un bambino mal cresciuto con una pistola in mano a bordo di macchinine giocattolo e motorini che sembrano tricicli, che va in giro a spezzare le vite di padri di famiglia (l’omicidio del giudice Alessandrini, utilizzato nel film a campionatura di tutti i delitti insensati commessi prima e dopo dai terroristi) che sono stati fra i pochi adulti della storia, in quel terribile periodo. La frase più agghiacciante del film la pronuncia proprio Segio: «Come vuoi che sia finita? In nessun modo». È su questo che dobbiamo tutti riflettere.

Paola Casella, Europa, 27 novembre 2009

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