Capitalism: a love story

Un film di Michael Moore. Con Michael Moore, Thora Birch, William Black, Jimmy Carter, Elijah Cummings, Baron Hill, Marcy Kaptur, John McCain, Sarah Palin, Ronald Reagan, Franklin Delano Roosevelt, Arnold Schwarzenegger, Wallace Shawn, Elizabeth Warren. Documentario, Ratings: Kids+16, durata 127 min. – USA 2009 – Mikado

«Non ci sono abbastanza salviette disinfettanti nel mondo per ripulire Washington». Ok, basta così, è chiaro. Invece nel suo seducente film di montaggio Capitalism: a love story Moore va oltre, tocca il cuore del problema esposto altrove, Bowling for a Columbine (Oscar 2002) o la Palma d’ oro 2004 per Farenheit 9/11: perché pagano sempre i poveri? Il colpevole è il capitalismo, ma il regista la prende alla larga, partendo dall’ antica Roma per arrivare alla crisi economica culminata e pilotata non a caso, dice, nel via libera del consiglio di stato Usa al salvataggio delle banche a quindici giorni dall’ elezione di Obama. Un colpo di stato finanziario? «Sì, si può dire così». Nel trattare materie che potevan essere noiose ed oscure, Moore fa il miracolo di renderle divertenti, curiose, commoventi. Come quando usa l’humour sia negli spezzoni (la pubblicità di una banca con la voce del Padrino, le titubanze religiose dette dal Gesù di Zeffirelli) che nella colonna sonora (Herrmann con Vertigo, ma anche il Bidone di Rota-Fellini). Moore va con un sacchetto da zio Paperone dalle banche a chiedere la restituzione del maltolto e circonda la Borsa con il nastro giallo usato dalla polizia sui luoghi del delitto. E poi svela altarini, dopo aver messo in moto l’operazione «ditemi tutto quello che sapete» sul suo sito: vien fuori che le banche si intestano i premi assicurativi sugli impiegati, gioendo alla loro morte. È commovente quando, con un prezioso discorso, ci fa sentire il presidente Roosvelt che parla nel ’44 ed espone la teoria di un mondo dove ciascuno deve avere i propri diritti, e ci sembra James Stewart in un film di Capra (o Preston Sturges). In mezzo ci sono ruberie odierne, scandali finanziari, equivalenze politiche e un parallelismo evangelico quando interroga tre prelati uniti nel ritenere il capitalismo quel cancro dell’umanità che Gesù volle combattere. Non manca il fattaccio di 60 milioni di mutui a interessi variabili ma sempre in crescendo: la gente lascia con la casa anche la sua storia, il passato. Dice che negli Usa l’1% della popolazione possiede più del restante 99%. Un editorialista (Wall Street Journal) dice che la democrazia sono due lupi e una pecora che decidono cosa mangiare a cena. Il nuovo Moore, che finisce con un’Internazionale a swing jazz, fa ridere e arrabbiare a cuore aperto. Nel bel «castorino» di Ferrone il regista dichiara di essere cresciuto con i Marx, d’aver poi visto Furore ed oggi si trova a metà strada: come lo capiamo.
Maurizio Porro, Il Corriere della Sera, 30 ottobre 2009

Bisogna ringraziare ancora una volta Michael Moore. Nessuno meglio di lui poteva sapere quanto fosse precipitoso e rischioso un film che documentasse e spiegasse il disastro globale ma soprattutto americano della crisi finanziaria-economica: eppure lo ha fatto ugualmente, affrontando il pericolo di sbagliare. Ha sbagliato? A tutt’oggi non si sa, non si può dire: ma il regista ha scelto principalmente due strade già chiare. Prima, il disastro che la crisi ha provocato alla gente, ai lavoratori, ai clienti delle banche. Seconda, il fatto che la crisi del capitalismo nasce dal capitalismo stesso, dal suo assetto, dalla sua struttura. La frase conclusiva del film suona: «Il capitalismo è un male, non si può regolamentare; bisogna eliminarlo e sostituirlo con qualcosa d’altro: la democrazia». (…)
A bordo di un camioncino blindato, Moore si muove per New York, da un luogo all’altro dei peccati finanziari; Non mancano, come sempre, incidenti di percorso, rifiuti spietati, incontri divertenti, episodi buffi: è il marchio di fabbrica del regista, capace di raccontare con ironia e leggerezza anche le situazioni più incresciose (succedeva lo stesso nei suoi documentari su altri problemi sociali). Le sue certezze che sembrano condannare definitivamente il sistema capitalistico potranno anche rivelarsi errate. Ma ha almeno spiegato senza sbagli e con chiarezza che cosa è accaduto nel mondo (e secondo lui) perché.
Lietta Tornabuoni, La Stampa, 30 ottobre 2009

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