Il mio amico Eric

Un film di Ken Loach. Con Eric Cantona, Steve Evets, John Henshaw, Stephanie Bishop, Lucy-Jo Hudson. Titolo originale Looking for Eric. Commedia, durata 116 min. – Gran Bretagna, Italia, Francia, Belgio 2009 – Bim

Il festival di Cannes è un andirivieni fra mondi paralleli, un su e giù emotivo paragonabile alle montagne russe. Prendete le ore a cavallo fra domenica e lunedì. Uno esce domenica sera depresso e incazzato da Antichrist di Lars Von Trier (ve ne abbiamo riferito ieri); si ravviva osservando in rete le immagini della festa-scudetto dell’Inter (non c’entra, dite voi? C’entra, c’entra… continuate a leggere e capirete); si sveglia alle 7 del mattino dopo per la proiezione delle 8.30, orario già di per sé deprimente; entra nell’accogliente placenta mattutina della sala Lumière, affonda nel buio… e alle 10.30.è un altro uomo, che piange e ride e si aggrega entusiasta all’ovazione che accoglie Looking for Eric, nuovo film di Ken Loach prodotto e interpretato dall’ex calciatore Eric Cantona.
Ken Loach ci ha riconciliato con il mondo. Accade anche con i suoi film drammatici, figuratevi quando fa una commedia. Looking for Eric è la sua risposta a Provaci ancora Sam. Là Woody Allen si faceva consigliare in amore da Humphrey Bogart. Qui Steve Evets (uno sconosciuto, mirabolante attore di Manchester con un passato da marinaio e vagabondo) trova un mentore sentimentale e politico in Eric Cantona.
Padronissimi di non saperlo, ma Cantona in Inghilterra è un mito. È stato il numero 7 del Manchester United pre-Beckham, e da quando ha abbandonato il calcio (a soli 30 anni) ha intrapreso una seconda carriera nel cinema. Il film nasce, pensate, dalla sua voglia di lavorare con Loach (ma non stupitevi: alla domande su quale sia il suo regista preferito, ha citato Pier Paolo Pasolini). E Ken, tra i vari progetti che Cantona gli ha sottoposto, ha elaborato assieme allo sceneggiatore scozzese Paul Laverty la storia di un tifoso che sceglie Cantona come angelo custode. Eric Bishop ha 50 anni, un lavoro da postino e un sacco di guai: la sua ex moglie — che ha lasciato anni prima, pur amandola — non lo vuole vedere, i suoi figli sono invischiati in amicizie pericolose. Per fortuna Eric ha anche degli amici veri, i suoi colleghi postini sempre pronti a tirarlo su; e una sera, mentre Eric è impegnato ad autocommiserarsi davanti al poster di Cantona, il poster si anima, gli rivolge la parola e comincia a dargli saggi consigli…
«With a little help from my friends», cantava Ringo Starr (e nel suo caso gli amici erano Paul e John…). Con un po’ di aiuto dei suoi amici — i postini e Cantona—Eric Bishop troverà il modo di riavvicinare l’ex moglie e di togliere dai guai i suoi ragazzi. Strada facendo, Cantona regalerà — a lui, al film, a tutti noi — alcune perle. Suonerà la Marsigliese alla tromba «l’ho imparata per non annoiarmi durante l’anno di squalifica» (per la cronaca, fu messo in quarantena per aver preso a calci un tifoso che l’aveva chiamato «francese di merda»). Ricorderà che la sua azione più bella, sul campo di gioco, non è stata un gol ma un assist smarcante per un Ryan Giggs («Devi sempre fidarti dei tuoi compagni»).
Looking for Eric è la quintessenza del calcio, la descrizione più pura dell’amore che un tifoso può nutrire per un campione. Noi dovremmo girarne un remake intitolato Looking for Ibra, e Ibrahimovic sarebbe all’altezza. Ma l’idea l’hanno avuta Ken ed Eric, che Dio li benedica, e l’hanno arricchita con un sottotesto sociale e politico tutt’altro che banale. Il film è un inno alla solidarietà, usa sapientemente il tifo come metafora di una comunità, e racconta con amore la società britannica. Guardate la scena in cui Steve trova finalmente il coraggio di invitare l’ex moglie al pub: lei arriva, lui è già lì con la sua pinta di birra e le chiede «cosa bevi?», lei risponde «un sidro». Un sidro! Noi italiani non sappiamo manco che cos’è, ma in Inghilterra è l’alternativa femminile alla birra, la bevanda che molte donne ordinano al pub. Un regista che mette in un film una donna che ordina un sidro non è un regista, è una persona. Una grande persona. Ken boach.
Alberto Crespi, L’Unità, 19 maggio 2009

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