A ciascuno il suo

Un film di Elio Petri. Con Gian Maria Volonté, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Mario Scaccia, Luigi Pistilli, Salvo Randone, Laura Nucci, Luciana Scalise, Valentino Macchi, Leopoldo Trieste. Drammatico, durata 99 min. – Italia 1967. Produzione: Giuseppe Zaccariello (Cemofilm)

Non è certo un caso che i nostri registi, così avidi nel manomettere le fonti letterarie più disparate, abbiano finora ignorato i romanzi e racconti di Leonardo Sciascia (anche se lo scrittore, notoriamente avverso a certe manipolazioni, ha tutte le ragioni di rallegrarsene). Non è casuale, perché lo sguardo di Sciascia, si rivolga al passato o al presente della sua Sicilia, è sempre fermo e tagliente, mentre sembra che i nostri uomini di cinema, anche i migliori, non sappiano più raccontare senza far ricorso al filtro dell’idillio o della commemorazione di specie elegiaca (o funerea, nel migliore dei casi). A stabilire un rapporto con l’autore de Il giorno della civetta e de Il Consiglio d’Egitto si prova ora, dopo varie e non sempre fortunate avventure, Elio Petri con A ciascuno il suo, “liberamente ispirato” al più recente, e più feroce, romanzo di Sciascia. Il risultato è una “riduzione”, termine appropriatissimo in questo caso a designare appunto un’operazione riduttiva. Nel racconto, si ricorderà, l’assassinio del farmacista Manno e del medico Roscio poteva sembrare un “giallo” solo al povero professor Laurana, che vi si applicava infatti con tutta la sua curiosità di intellettuale un po’ frustrato e “refoulé”. E invece quello che a Laurana appariva un “giallo” era poi l’inevitabile esito di una determinazione economica, uno squallido delitto di potere e di classe. La religione della “roba” è diventata abietta amministrazione del profitto la cui logica spiega e condiziona comportamenti pubblici e privati, e anche la femminilità e l’erotismo, da cui Laurana è sempre dolorosamente turbato, non fanno eccezione alla regola. Ma il professore non se ne vuole rendere conto e, malgrado la beffarda e disperata lezione sulla Sicilia e su altro che gli impartisce il “folle” don Benito (che Petri non a caso ha dimenticato del tutto), si ostina a considerare un “caso” quella che è un’estrema esemplificazione, crudamente necessitata, di tutta una struttura sociale. E ci rimette la pelle, da “cretino”, come dicono impietosamente i notabili che avevano capito tutto sin dall’inizio. E l’autore, che non ama i notabili, in questo caso non può dar loro torto, ché Laurana non discende certo dal ceppo di Francesco Paolo Di Blasi e di Diego la Matina. Se lo scrittore, mentre sembrava declinare il “caso”, ce ne offriva la lucida demistificazione, rendendoci avvertiti di ciò che sfuggiva al protagonista, Petri ci dà sostanzialmente un bel “giallo” all’italiana, costruito con solido mestiere beninteso, con accorta, abile mutuazione di tecniche da “cinema-verità” e di spericolatezze alla Godard, per mostrarci come i suoi personaggi si sentano, e siano, continuamente spiati, seguiti, pedinati. Non solo, ma sublimando il lato patetico e disarmato di Laurana e l’ambiguità erotico-funerea di Luisa, il regista ribalta a vuoto il discorso di Sciascia e ci offre in sostanza una storia d’amore e di morte incastonata in un racconto giallo declinato nei modi frantumati e convulsi di certo cinema europeo linguisticamente, ma non più che tanto, spericolato. Cioè un pasticcio, confezionato con molta abilità. L’eccessivo credito che Petri concede alle “debolezze” di Laurana, l’alone di mistero e di malinconia del quale circonda la squallida figura di Luisa e, per contro, il duro schematismo, di specie moralistica, al quale è improntata quella dell’avvocato Rosello dicono eloquentemente quanto la “lettura” del regista sia stata esterna e convenzionale, col solo risultato di volgere una spietata radiografia (di cui qui si avverte un’eco, parziale e ad effetto, nelle sequenze del funerale e del matrimonio, che fanno pensare, però, più a Germi che a Sciascia) in un'”avventura” d’amore e di morte.
Adelio Ferrero, Recensioni e saggi 1956-1977, Edizioni Falsopiano, 2005

Un felice incontro fra letteratura e cinema, fra Leonardo Sciascia ed Elio Petri: due temperamenti in apparenza dissimili ma legati da un comune amore per la concretezza di un impegno civile. Il siciliano Sciascia si è proposto di trasferire in letteratura i grandi temi della società isolana in via di trasformazione e di chiari-ne ‘gli aspetti tenebrosi, quelli che sui quotidiani prendono il nome di delitti di mafia, nelle loro componenti storiche, economiche, psicologiche. Tra i libri dello scrittore di Racalmuto A ciascuno il suo occupa un posto a parte: è un finissimo paradosso, intessuto sui temi di un riconoscibile caso giudiziario, che intende dimostrare l’impossibilità dell’innocenza in un mondo fondato sull’intrigo e sull’eliminazione di chi non capisce o non ci sta. Petri ha portato la vicenda sullo schermo preoccupandosi di farne una storia italiana, cioè sottraendola a ogni suggestione di colore locale. Il protagonista, un professorino che va in giro con le braccia cariche di libri, diventa l’esponente paradigmatico di un mondo della cultura che ha ingenui e velleitari rapporti con la realtà. Volontè lo interpreta con divertita persuasione, ma anche gli altri sono perfetti: Ferzetti nell’ambigua caratterizzazione di un nobile, la Papas con una singolare musica tragica, Randone in una folgorante apparizione. Poche volte capita di vedere un film nostrano in cui le ragioni dello spettacolo sono così ben equilibrate con le intenzioni degli autori.
Tullio Kezich, Corriere della Sera

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