Il maestro di Vigevano

Un film di Elio Petri. Con Claire Bloom, Alberto Sordi, Vita De Taranto, Anna Carena, Eva Magni, Nando Angelini, Piero Mazzarella, Ezio Sancrotti, Commedia, B/N, durata 100’, Italia, 1963 – Produzione: Dino De Laurentiis

Dopo L’assassino e dopo I giorni contati – due film indubbiamente pieni di meriti – Elio Petri ha voluto cimentarsi in un’impresa particolarmente ardua, la riduzione cinematografica di quel mediocre romanzo che è Il maestro di Vigevano di Lucio Mastronardi, interpretato in una chiave, non più polemica ed aspra, grezza e fastidiosamente realistica, ma, in una chiave vagamente romantica, con scarsi riferimenti all’attualità con spunti ironici (nell’ambito addirittura del “grottesco”) e con allusioni simbolistiche, quasi da favola. Il protagonista della vicenda, così, è diventato un mite e remissivo maestro elementare che, in una città tanto furiosamente votata al culto del denaro, come Vigevano, recita la parte, del tutto anacronistica, di quello che, con un modestissimo stipendio, non vuole che la moglie ed il figlio si mettano a lavorare, preferendo vivere in condizioni pressoché miserabili piuttosto che tradire certi principi o anche soltanto un certo modo di vedere borghese. Si definisce, da solo, “un uomo all’antica”, farcisce i suoi discorsi con massime di tipo deamicisiano, veste in modo dimesso, trasandato, quasi fuori del tempo, ma incapace di vera austerità, si comporta nella vita e a scuola più o meno come un burattino e, nella migliore delle ipotesi, come un clown che abbia imparato a memoria una lezione e quella reciti sempre, con esattezza quasi militare, ma con scarsa convinzione interiore, pappagallescamente. Avendo perennemente di fronte a sé chi gli impone duramente di restar fedele a quell’atteggiamento in parte forzato, un direttore, cioè una specie di gendarme scolastico, un orco da fiaba che, ogni volta che lo vede tentennare, dubitare o addirittura sbagliare, è pronto a richiamarlo minacciosamente all’ordine, come se simbolicamente stesse lì a rappresentare la voce della sua coscienza tradizionale e del suo conformismo. Un giorno, però, il maestro, spinto dalla moglie, convinto dall’evidenza, sopraffatto dal bisogno, si scrolla di dosso il suo timido ossequio ai principi borghesi e (con la stessa timidezza e, in fondo, per la stessa incapacità di dire di no), dà le dimissioni e, con la liquidazione, permette alla moglie ed a un cognato di buttarsi a capofitto in quell’industria delle calzature su cui si regge tutta la cospicua ricchezza di Vigevano. Ma è così poco preparato a questo nuovo genere di vita che finisce per commettere uno dietro l’altro una tal serie di irreparabili errori da perdere del tutto anche il già scarso affetto della moglie. Deluso, sconfortato, spaurito del vuoto che si è creato attorno, torna allora all’insegnamento anche se, nel frattempo, la moglie, che lo ha tradito apertamente con un altro, muore in un incidente e a lui non resta più nulla in cui credere e sperare. Un’impresa ardua, abbiamo detto, perché, se il testo originale era in sé poco gradevole e quasi del tutto privo di appigli spettacolari, l’interpretazione che ne ha tentato Petri (pur seguendone fedelmente la lettera) è, in un cento senso, anche più difficile da realizzarsi, con quel personaggio centrale che sembra sulle prime disapprovato per il suo attaccamento ai buoni principi e che poi, invece, risulta solo ironizzato nei suoi difetti di carattere e nello stesso tempo compatito per le difficoltà che gli frappone un mondo così diverso da lui; nell’ambito di una polemica che, con spunti unicamente satirici, ora sembra voler mettere in caricatura una certa mentalità Liberty, provinciale e retorica, ora, con dovizia di allegorie quasi crepuscolari, cerca di additarla alla più affettuosa commiserazione. Non c’è troppo da stupirsi, perciò, se con intenzioni tanto ambiziose e intellettualistiche, i risultati non sono poi convincenti fino in fondo, soprattutto là dove il contrasto tra il maestro onesto ma non tutto d’un pezzo e il mondo di gente avida e concreta che lo circonda si risolve in posizioni dialettiche quando oscure quando contraddittorie. Certo, Petri non ha lesinato le indicazioni intelligenti (la scenografia Liberty della scuola, quella quasi gotica della misera casa del protagonista, quella quasi astratta delle fabbriche), chiedendo alla fotografia di avvolgere tutto il dramma in un’atmosfera di gusto metà realistico metà gozzaniano e, soprattutto, colorendo al massimo le contraddizioni del carattere del protagonista in modo da suscitare sempre di fronte a lui, oltre al riso per i suoi piccoli difetti, anche una profonda amarezza per le sue grandi sventure, a cominciare da quella di vivere in un tempo che purtroppo non è più il suo, ma le troppe cose che voleva dirci non gli hanno consentito di conferire al racconto quella linearità, quella chiarezza e quella scioltezza di ritmo che, invece, sarebbero state necessarie. L’allegoria, a volte, è troppo insistita (si vedano, ad esempio, i rapporti fra l’insegnante e il suo direttore che somigliano eccessivamente a quelli tra Cappuccetto Rosso e il lupo; a meno di non voler citare, in altra chiave, Il cappotto di Gogol); i sogni, le proiezioni dei pensieri e dei desideri dei personaggi, per voler restare troppo fedeli alla qualità umana degli stessi personaggi, sono di gusto troppo facile, troppo ingenuo, privi di vero sapore critico e finiscono per farsi appesantire dagli stessi difetti che vorrebbero in fondo mettere alla berlina; molte situazioni, inoltre, sono eccessivamente diluite, mancano di quella essenzialità che le avrebbe inserite con maggiore disinvoltura nell’economia del racconto; e, finalmente, il clima comico che Petri ha inteso avviare verso il “grottesco”, in troppi momenti denuncia esasperazioni e squilibri che più di una volta lo fanno sconfinare nella farsa. Comunque, nonostante questi scompensi narrativi e di stile, il film si fa apprezzare senza fatica dal pubblico: per il colorito vigore dei suoi toni caricaturali, per la dolorosa tensione delle sue pagine serie e, soprattutto, per l’interpretazione di Alberto Sondi nelle vesti del – protagonista – Truccato in modo volutamente trascurato e dimesso, con occhiali alla Cavour e un modo di camminare quasi da infermo, Sordi è riuscito a padroneggiane un personaggio per lui tanto nuovo con sicura sapienza, alternando la rassegnazione ai gesti quasi isterici, il cinismo alla più disarmante onestà, gli entusiasmi da pagliaccio agli umanissimi scoramenti, con una maschera duttile e mobile, aperta ad ogni più pittoresca sfumatura comica e drammatica. Gli dà la replica con esattezza Claire Bloom, sostenendo con misura le ragioni della praticità e della vita concreta contro l’idealismo ed i sogni.

Gianluigi Rondi, Il Tempo, 27 dicembre 1963

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