La classe operaia va in paradiso

Un film di Elio Petri. Con Gian Maria Volonté, Mariangela Melato, Flavio Bucci, Luigi Diberti, Salvo Randone. Drammatico, durata 125’, Italia, 1971 – Produzione: Euro International Film

Regista seriamente impegnato in un cinema che superando l’occasione polemica guardi agli universali, Elio Petri continua a cercare nelle strutture psichiche dell’uomo di oggi i caratteri tipici della nostra situazione storica. Se nell’Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto conduceva, con la maestria che sappiamo, un’analisi sulla «nevrosi da potere», in La classe operaia va in paradiso (il titolo è ironico) egli esplora l’altro versante, quello del proletariato, non meno esposto al pericolo della follia. Protagonista del film è un operaio lombardo che lavora in una fabbrica del Nord. Il robusto Lulù (ma l’ulcera è in agguato), sui trent’anni, ha come unico traguardo la busta paga: benvoluto dai padroni, inviso ai compagni di lavoro per il suo forsennato stakanovismo, è l’esempio tipico dell’uomo-massa che, geloso del suo piccolo benessere, riempie il poco tempo libero con le partite di calcio e i quiz televisivi. Questo Lulù, già coi nervi a pezzi, vagamente intuisce che è assurdo lavorare come un matto per otto ore al giorno, sicché quando torna a casa (dal carcere al dormitorio…) non ha più nemmeno la forza di soddisfare la donna con cui vive. Ma, vittima del mito del denaro, non ha il coraggio di rallentare il cottimo; e le visite che compie a un vecchio compagno ricoverato in manicomio, dov’è prefigurato il suo destino, riescono soltanto ad accrescerne lo sconforto. Quando, per un infortunio sul lavoro, Lulù perde un dito e i compagni organizzano manifestazioni di protesta, sopravvengono nuovi motivi di confusione: preso in mezzo fra gli studenti che predicano all’uscita dalla fabbrica lo sciopero a oltranza e i sindacalisti che invece chiedono di contrattare, Lulù va alla deriva, rintontito dagli slogan urlati nei megafoni, in un mare in tempesta in cui galleggiano blocchi di protesta, di rabbia e di paura. Anche nella vita privata è un naufrago. Separatosi dalla moglie e dal figlioletto, Lulù ha in casa una parrucchiera che sta chiaramente dalla parte dei padroni. Né un’operaia con cui ha trascorso una squallida serata gli mostra una briciola d’affetto. Quando si arriva a uno scontro con la polizia, Lulù è tra i più facinorosi, e finisce che perde il posto in fabbrica. Allora, abbandonato dai «barbudos» nei quali per un momento ha creduto (li ha persino ospitati in casa), e che invece si sono serviti di lui, tocca ai compagni sindacalisti lottare per farlo riassumere. Ci riusciranno, ma Lulù tornato alla catena di montaggio è ormai alle soglie della pazzia: al fianco di uomini che si muovono come cinetici robot, vaneggia di aver sognato un muro da abbattere oltre il quale è il paradiso. Le sue parole sconnesse passano di bocca in bocca in un caotico balletto, simbolo trasparente dell’allucinazione collettiva in cui si traduce la vita della fabbrica-prigione, anzi di tutta la società, macchina crudele che stritola l’uomo. Allegoria sinistra del nostro tempo, lacerato dall’altalena fra il mito della rivoluzione e il mito del benessere borghese, il film che Elio Petri ha scritto con Ugo Pirro sarà soggetto di polemiche per l’ingrata immagine che dà del lavoro fabbrica, per come esemplifica il conflitto fra sindacati e movimento studentesco, per il rimprovero mosso agli stessi sindacati di incoraggiare la produttività. Se per ciò promette essere fra i più fertili della nuova stagione, il suo vigore e la sua chiarezza lo comprendono fra i migliori del nuovo cinema italiano. Vivacemente a ridosso della cronaca quotidiana, diretto con mirabile spigliatezza, superbamente interpretato da Gian Maria Volonté, narra infatti la storia di un operaio in modo che moltissimi possono riconoscervisi, e nel contempo si offre come la dolente analisi d’una condizione generale. La classe operaia va in paradiso non è soltanto, sulla scia di Tempi moderni e della diatriba che vede a braccetto anarchici e reazionari, un’ennesima denunzia della alienazione (il doppio significato, clinico e marxista) cui la civiltà industriale conduce gli operai addetti a lavori ripetitivi. Come non soltanto l’invito d’un intellettuale comunista a rifiutare lusinghe della società dei consumi e a farsi una coscienza politica: coinvolgendo nell’urto servi e padroni, è soprattutto un lamento di marca libertaria sullo stato di nevrosi permanente in cui ci ha gettato l’idea-guida del profitto economico e una politica, per ciò stesso, volta a disumanizzarci. Poco importa che lo sbocco sottinteso da un simile film sia un’organizzazione razionale della società che esorcizzi la male dizione del lavoro e consenta all’individuo di tornare libero e sano: sappiamo bene che anche questo sogno di lavacro universale fa parte della nostra nevrosi. Importa invece che consapevolezza del dramma, fornita con così saldo linguaggio cinematografico, nutra i meccanismi di autodifesa ancora forti nel corpo sociale: proprio perché tale, l’utopia è una forza che alimenta la speranza e provoca almeno qualche correzione di rotta. A noi sembra che il film di Petri (chi ha buona memoria saprà imparentarlo con I giorni contati) giovi alla impresa, per l’amarezza con cui non si nasconde la realtà, per l’efficacia con cui scolpisce il ritratto del suo disperato protagonista, per il rilievo derivatogli da certe figure di scorcio (il toccante compagno in manicomio, l’arcigna donna di Lulù) e da certe situazioni (la cruda scena d’amore in un gelido garage), per l’esattezza di ritmi e di timbri con cui tutto il racconto è condotto, fresco di una verità documentaria che gli dà un felice piglio popolaresco. Accompagnato da nuove musiche di Morricone, il film è poi un’altra conferma del genio interpretativo di Volonté, giunto ormai a tali vette di perfezione nell’esprimere l’angoscia e la demenza da vedersi aprir sotto il baratro d’una sublime gigioneria. Salvo Randone è a sua volta insuperabile nel saldare il cerchio in cui si esaltano le virtù di due generazioni di grandi attori, ma occhio anche a Mariangela Melato, bravissima nel disegno della parrucchiera, ostile e insoddisfatta, che mentre il suo uomo è sull’orlo della pazzia pensa a farsi la pelliccia.

Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 18 settembre 1971

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: