La decima vittima

Un film di Elio Petri. Con Massimo Serato, Marcello Mastroianni, Ursula Andress, Elsa Martinelli, Salvo Randone. Fantascienza, durata 90 min. – Italia 1965. Produzione: Carlo Ponti

Dal 1962 avevo un’idea per un film di fantascienza tratto da un racconto di Sheckley, però nessuno lo voleva fare. Poi piacque a Marcello Mastroianni e alla fine Ponti accettò. Non voleva fare un film con me nè un film di fantascienza, faceva delle smorfie orrende, ma voleva fare un film con Marcello.
Lavorai per un anno e mezzo alla sceneggiatura e giunsi alla fine stremato, sempre con questo Ponti che mi metteva i bastoni tra le ruote.
Da principio il mio fiancheggiatore era Guerra, poi entrò nel team Flaiano. Insomma, ci aiutavamo a vicenda nel cercare di convincerlo. Ponti, contemporaneamente, faceva fare la sceneggiatura a per lo meno altre due equipe tra cui quella di Garinei e Giovannini, e durante la lavorazione uscì fuori anche una sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico, una scaletta… Questo per dire i metodi di Ponti, un modo di agire che può frantumare le vertebre anche ad un elefante. Ma queste cose capitano abbastanza spesso nella produzione italiana!
Flaiano con me è stato proprio un uomo delizioso,incantevole. Trascorrevamo ore meravigliose, senza far niente, e i temi della conversazione erano la vita, il tempo che sfugge, gli altri, la società, la letteratura: tutto, ma non il lavoro, il lavoro per lui era l’ultimo degli argomenti. E questo lo rendeva anche piu piacevole.

Elio Petri

La decima vittima era un film assai rischioso: tratto da uno dei migliori racconti americani di fantascienza, La settima vittima di Robert Sheckley, non pensavamo che potesse trovare una plausibile ambientazione italiana. Da noi la fantascienza è quella che può essere in un paese povero anche di scienza, tutta merce d’importazione: in Italia il futuro non è cominciato, siamo ancora alla liquidazione dei residui feudali; e quando vaticiniamo su ciò che accadrà dopodomani la fantasia resta al palo. Ogni precedente tentativo di “science fiction” indigena, compreso lo sfortunato Omicron di Gregoretti, era finito miseramente: e l’idea del nostro Petro alle prese con un tipico racconto newyorkese, legato alla crudele atmosfera della metropoli e impensabile sotto cieli non americani, non ci tranquillizzava affatto. E invece, vedere per credere, il film è di prim’ordine. Pertri ha scelto la strada più antica e raffinata della fantascienza, quella del racconto filosofico: e non ci stupisce di incontrare tra i Suoi collaboratori Ennio Flaiano, l’autore di Un marziano a Roma. Il quadro pseudofantascientifico, delineato con spiritosa ironia, è allusivo di una realtà d’oggi anziché prefiguratore di un mondo diverso: e insinua che nella Roma del duemila ci saranno ancora tutti i tabù religiosi e sessuali, appena attenuati da una cinica tolleranza. Ursula Andress è una cacciatrice munita di patente nel gioco mortale che sostituisce la guerra come sfogo dell’aggressività individuale; Marcello Mastroianni, la vittima designata, reagisce agli attacchi dell’americana con la pigrizia, la furberia, la mollezza sorniona di un romano autentico. Nel futuro, secondo Petri, c’è ancora il matrimonio indissolubile, ma gli italiani rimediano non sposandosi più; in tutto il mondo bisogna consegnare i vecchi allo stato, ma da noi nessuno rispetta la legge e molti tengono i genitori nascosti in casa. Nella constatazione dei nostri vizi, delle nostre debolezze, c’è una punta di ottimismo: la speranza paradossale che oltre una certa svolta della storia certi vizi, certe debolezze, diventeranno soltanto sintomi di una radice umana che popoli come il nostro dovrebbero essere gli ultimi a lasciar essiccare. La decima vittima offre generosamente spunti alla meditazione nella forma folgorante dell’aforisma e questi temi sono impaginati da un “designer” aggiornato che si è fatto l’occhio alle suggestioni dell’“op” e del “pop”. Nel vistoso padiglione d’arte contemporanea allestito da Petri gli interpreti si muovono con disinvoltura: Ursula Andress è una modella nata, il suo corpo parla per il talento che non c’è; Marcello Mastroianni, quando trova le occasioni precise come in questo film, è veramente un finissimo attore, nell’inflazione dei comici tiene fede a certe native qualità d’ironista. Peccato solo che un finale d’occasione, ispirato a presunte necessità produttive faccia calare di tono il racconto proprio quando i nodi vengono al pettine.
Tullio Kezich, Il cinema degli anni sessanta, 1962-1966, Edizioni Il Formichiere

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