La bocca del lupo

Un film di Pietro Marcello. Con Vincenzo Motta, Mary Monaco. Documentario drammatico, durata 76 min. – Italia 2009 – Bim

È andata così. È andata che mentre il Papa convocava in Vaticano centinaia di star della cultura e dello spettacolo, un giovane filmmaker casertano di nome Pietro Marcello zitto zitto vinceva il primo premio del 27mo Torino Film Festival con La bocca del lupo. È andata che mentre il Vaticano predicava la necessità di riavvicinarsi al mondo della creazione, un piccolo grande film nato grazie a un’Opera dei gesuiti presente a Genova fin dal 1945, conquistava non solo la giuria ufficiale ma quella della stampa internazionale portando a casa due premi e un coro di lodi in cui ricorrono i nomi di Fassbinder e Pasolini.
È andata che mentre sulle prime pagine rimbalzano ogni giorno tragicamente storie di trans, di amori “deviati”, di ricatti e delitti nel mondo della politica, l’amore fra un uomo con una faccia da duro del cinema e una donna nata con un nome da uomo, conosciutisi in carcere tanti anni prima, illuminava un film sommesso e potente girato fra i carrugi di Genova. Che non avrebbe mai visto la luce, paradosso tutto italiano, se i gesuiti della Fondazione San Marcellino non si fossero innamorati di un altro lavoro di Pietro Marcello premiato a Venezia: Il passaggio della linea, elegia dedicata al mondo “invisibile” dei treni notturni e dei loro passeggeri.
«Sono stati il rispetto e l’attenzione dimostrati in quel film a convincerci che Marcello era il regista giusto per noi», dice padre Nicola Gay, fondatore nel 1988 con padre Alberto Remondini della Onlus San Marcellino, poi affiancata da una Fondazione che aiuta i senzatetto con alloggi, centri diurni e presidi. «Da tempo volevamo potenziare il nostro lavoro sugli emarginati con un mezzo moderno come il cinema. Così abbiamo invitato Marcello a stare con noi e guardarsi intorno». Ci sono voluti sei mesi per trovare Enzo e Mary, futuri protagonisti de La bocca del lupo, altri otto per scoprire il loro mondo e guadagnare la loro confidenza. Un anno e mezzo per girare e montare il film, poco a poco, con tutta la delicatezza possibile, integrando alle immagini e ai racconti dei protagonisti scorci struggenti di una Genova scomparsa, trovati setacciando vecchi film industriali e amatoriali.
Al sostegno anche economico della Fondazione San Marcellino si sono poi aggiunti una produzione nuova di zecca, l’Avventurosa Film di Dario Zonta, e la Indigo di Nicola Giuliano e Francesca Cima, i produttori di Paolo Sorrentino. Certo può sembrare curioso che questo elogio dell’amore senza confini prenda le mosse da un gruppo di gesuiti. Padre Nicola però proprio non vede il problema. «Non sono uno specialista di cinema ma ho passato tanti anni fra gli emarginati. Nessuno finisce sulla strada per scelta. Sono stati espulsi, per questo hanno tanta grinta, ma occorre rieducarli, creare una relazione, fargli percepire che c’è spazio anche per loro nel mondo. Ecco, La bocca del lupo mostra questa possibilità».
Inutile, anzi deleterio insistere sul dettaglio scabroso. «Qualcuno ha perfino scritto che non era il caso di far vincere questo film nei giorni dello scandalo dei trans. È una speculazione orripilante. È questa logica che crea l’emarginazione. Mentre ciascuno deve vivere nel modo migliore relativamente alle sue possibilità. La sessualità è un dettaglio che va visto in un quadro più generale. Il film sottolinea la possibilità di amarsi e volersi bene anche in situazioni di fragilità e solitudine».
Perfino l’estrema diversità sociale, Enzo malavitoso fin dall’adolescenza, Mary figlia della borghesia romana e a lungo tossicodipendente, «può essere motivo d’incontro e non di scontro come oggi tanti predicano in coro. Come diceva De Andrè? “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. ..”», conclude padre Nicola. Che poi questo significhi non accettare una certa mentalità dominante, «insomma rifiutare la logica che bolla persone come Enzo e Mary come gentaglia», padre Nicola quasi non vorrebbe dirlo. Lo dice già il film. E i gesuiti preferiscono fare, non parlare.

Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 23 novembre 2009

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