Affetti e Dispetti

Un film di Sebastián Silva. Con Catalina Saavedra, Claudia Celedón, Mariana Loyola, Alejandro Goic, Anita Reeves. Titolo originale La Nana. Commedia, durata 95 min. – Cile, Messico 2009 – Bolero

Il titolo con cui esce in Italia (quello originale, “La nana”, sta per “cameriera”, “colf”) può portare fuori strada, facendo prendere il secondo film del cileno Sebastián Silva per una commedia. Se pure tocchi sparsi di commedia vi si ritrovano, si tratta piuttosto di un dramma psicologico, di uno studio di carattere non collocabile entro precisi confini. Affetti & dispetti non è neppure un thriller, come qualcuno potrebbe immaginare ricordando vecchie storie di governanti pazze o di domestiche indemoniate. Diciamo, per capirci meglio, che siamo di fronte a un film “indie” da manuale, una pellicola indipendente a cominciare dai canoni di genere: il che l’ha fatta amare dal pubblico del Sundance Film Festival 2009 (dove è stato premiato come miglior film straniero) e da quello del festival di Torino. Raquel lavora come domestica da oltre vent’anni presso i Valdes, numerosa e agiata famiglia di Santiago del Cile. I “padroni” rappresentano il suo solo interesse, l’unica ragione di vita di una donna che sembra non avere passato né altro legame sulla terra; il modo in cui si occupa di loro rasenta il maniacale. Mentre seguiamo i diversi tipi di relazione tra lei e la famiglia, ci rendiamo gradualmente conto dell’ambiguità dei rapporti che s’intrecciano tra le mura domestiche: i Valdes festeggiano il compleanno della dipendente, ma ne mortificano la dignità; eppure, in un certo senso, l’irascibile Raquel sembra la vera padrona della casa, mentre la signora Pilar mostra nei suoi confronti una pazienza esagerata. La crisi latente nella situazione si scatena allorché i datori di lavoro di Raquel assumono una seconda cameriera, col compito di aiutare la prima: lei non sopporta l’invasione di territorio e riesce a mettere in fuga l’intrusa. La minaccia, però, è reiterata dall’arrivo di un’altra aiutante, Lucy, che sembra piacere a tutta la famiglia. Studio psicologico acuto sul sottile crinale tra normalità e patologia, avveduto nel rifiutarsi di offrire soluzioni preconfezionate o di buttarla nella metafora della lotta di classe (tipo “Le serve” di Jean Genet), il film è realizzato con telecamera ad alta definizione. Silva dimostra di saperci fare, movimentando le inquadrature in sintonia con l’agitarsi dei personaggi e dando alle immagini un andamento che, spesso, suggerisce la vena di nevrosi della storia; fino a instaurare una tensione crescente capace di tenere in ostaggio lo spettatore e di trasmettergli una sorta di malessere. Laureata come migliore attrice sia a Torino sia al Sundance, una bravissima attrice di nome Catalina Saavedra disegna un personaggio enigmatico, potenzialmente sinistro e pieno di lati oscuri con ammirevole maestria. È lei, in realtà, a caricarsi l’intero film sulle spalle. Senza un’attrice così, il sottile gioco che lo traversa da cima a fondo – e che consiste nello spiazzarci di continuo rispetto alle nostre abitudini e previsioni di spettatori – non potrebbe funzionare.
Roberto Nepoti, La Repubblica, 26 giugno 2010

Una volta si diceva “la serva”. Poi la parola diventò troppo cruda e si passò a governante, cameriera, domestica, donna di servizio, fino al burocratico colf (anche se ormai a Roma tutti dicono con larvato razzismo “la filippina”). Ma il termine migliore per indicare la protagonista di questo impeccabile La nana (che in Cile sta per “tata”) è proprio domestica: formale, rispettoso, corretto, eppure distante. Una specie di membro esterno della famiglia che per farne parte svolge i lavori più umili. Una figura domestica, appunto, cioè appartenente alla casa, che baratta tempo e forza lavoro con una parvenza di calore famigliare. Fino a scambiare, come la Raquel di Affetti & Dispetti (il titolo italiano più brutto e traditore dell’anno, ma anche il manifesto non scherza), la familiarità concessa dai suoi padroni con una famiglia vera. È una dinamica ambigua che in Italia conosciamo bene perché tipica dei paesi cattolici. Finché funziona fa da ammortizzatore sociale. Se degenera produce, oltre che ingiustizia, nevrosi e infelicità a catena (come dire, dalla lotta di classe al conflitto interiore). Premiato in mezzo mondo, dal Sundance a Torino, il bel film del cileno Sebastian Silva scava in una di questa nevrosi con finezza e ironia sorrette da una qualità invidiabile di scrittura e interpretazione, ovvero da personaggi così ben disegnati che ci sembra di conoscerli da sempre e insieme di non averli mai visti (e capiti) meglio. (…)
Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 25 giugno 2010

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