La pecora nera

Un film di Ascanio Celestini. Con Ascanio Celestini, Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luisa De Santis, Nicola Rignanese, Drammatico, durata 93 min. – Italia 2010 – Bim

Ragni e lucertole, bimbi infilzati sui cancelli e suore scorreggione, uova appena deposte e “i favolosi anni Sessanta”, caffè omaggio e la morte di Giovanni Paolo II, fino ad arrivare al supermercato, nuovo teatro dell’assurdo e nuovo (non)luogo dell’alienazione. Approdando alla finzione su grande schermo, Ascanio Celestini non viene meno alla sua affabulazione, scatenando una surreale ironia al servizio della denuncia civile: senza scadere nella cronaca ideologica e nella tesi (troppo) politica, bensì facendo del suo Nicola, 35 anni di “manicomio elettrico” in testa, una sorta di stralunato e “matto” Virgilio nella sporcizia che nascondiamo sotto quel tappeto chiamato società.
È lui a portarci in quel “condominio di santi” che è il manicomio: “So’ santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora che accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex-voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo”. Santi tutti, e santi subito, purché se ne rimangano al chiuso, dietro 99 cancelli, che Celestini (non) scavalca tra serio e faceto, riso e commozione, commedia e farsa, pamphlet e divertissement, appoggiandosi “sulla grande modalità tragica moderna” di cui scriveva Edoardo Sanguineti.
Già spettacolo teatrale e libro, girato al Padiglione 18 del Santa Maria della Pietà, il manicomio di Roma, e nato dalla presa diretta con ex pazienti, La pecora nera è interpretato dallo stesso Celestini, Giorgio Tirabassi e Maya Sansa e splendidamente fotografato in digitale da Daniele Ciprì. E viaggia tra ’75 e 2005, prendendo di mira le istituzioni e lo stigma sociale. Chi ama Celestini, chi ama perdersi in una narrazione avvolgente, circolare e fiabesca potrà legittimamente spellarsi le mani. Viceversa, qualcuno lo troverà verboso, mal digerendo l’enfasi, le iterazioni, il “c’era una volta e c’è ancora” di un cantastorie che non si pente, che, anzi, rimane fedele a se stesso. Se Celestini è doc, il film splendidamente adulterato dalla sua affabulazione: l’inserimento in concorso alla Mostra di Venezia ci sta tutto.
Federico Pontiggia, Il fatto Quotidiano, 3 settembre 2010

A conferma che i festival fanno male alla salute, siamo rimasti sorpresi dalle reazioni veneziane a La pecora nera, esordio nella regia cinematografica di Ascanio Celestini. Diversi recensori hanno rimarcato la natura «teatrale» del film (e qui ha sbagliato Ascanio: non doveva dirlo in giro, che La pecora nera è anche uno spettacolo teatrale, e nessuno se ne sarebbe accorto…). Dal canto suo, si dice che la giuria abbia per qualche istante pensato di premiarlo come attore, che sarebbe stata una scelta buffa: Celestini è un incredibile performer, una forte presenza scenica, ma è difficile pensarlo come «attore» in film altrui, alla fine fa sempre… Celestini, sia pur declinato nei vari personaggi modellati su se stesso. Proviamo quindi a far finta che Venezia non ci sia stata (non è difficile, dai!). Signore e signori, benvenuti al primo bellissimo film di Ascanio Celestini, autore teatrale musicale e radiofonico, attore e cantante, scrittore di romanzi, documentarista, custode della memoria romana e non solo, in una parola: cantastorie, nel senso più nobile del termine. Sì, Ascanio Celestini è un uomo che racconta delle storie, e il cinema era l’unico strumento che ancora non aveva utilizzato. Nello spettacolo al quale La pecora nera si ispira è in scena da solo, con pochissimi arredi e l’unica forza della sua voce e della sua faccia barbuta. Il film riprende fedelmente le situazioni dello spettacolo, non rinunciando alla voce fuori campo, ma le «apre» e le ambienta in periferie dal sapore pasoliniano e in un manicomio che restituisce tutto l’orrore dell’Istituzione con la «I» maiuscola.
Alberto Crespi, L’Unità, 1 ottobre 2010

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