Howl – L’urlo

Un film di Rob Epstein, Jeffrey Friedman. Con James Franco, Todd Rotondi, Jon Prescott, Aaron Tveit, David Strathairn. Titolo originale Howl. Drammatico, durata 90 min. – USA 2010. – Fandango uscita venerdì 27 agosto 2010.

Scelto come film d’apertura all’ultimo Sundance, Howl è finalmente in Italia. Robert Redford evocò, presentandolo, una notte di tanti anni fa a San Francisco quando, sedotto dai suoni di quello che credeva un jazz club di jazz, si trovò invece in una libreria di nome City Lights, dove Gary Snider, Gregory Corso e Allen Ginsberg stavano declamando le loro poesie. La beat generation (o, come la descrisse Ginsberg, «solo un gruppo di individui che vogliono essere pubblicati»), e uno dei suoi testi più leggendari, sono infatti il soggetto dell’ultimo film di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già autori dei documentari The Times of Harvey Milk e The Celluloid Closet; è una produzione Gus Van Sant.
Iniziato 8 anni, il nuovo film di Epstein e Friedman si è evoluto con il tempo in un ibrido di animazione, ricostruzione dal vivo e non fiction, che è sì una celebrazione di Ginsberg e del suo gruppo, ma è anche percorso dall’urgenza della lotta per i diritti gay condotta in California dai tempi di Harvey Milk fino alla battaglia contro la Proposition 8 che pare vinta da poche settimane, grazie a un magistrato geniale.
Fermamente ancorato al più noto e forse il più arditamente sperimentale tra gli scritti di Allen Ginsberg (da cui prende anche il titolo, in Italia Urlo) Howl ha i suoi due punti forti nelle parole di Ginsberg (prese non solo dalla poesia, ma da decine di interviste rilasciate nel corso degli anni) e nell’interpretazione che James Franco dà del grande poeta di Newark.
Lavorando a partire da uno dei pochissimi filmati in cui Ginsberg si vede da giovane – il rivoluzionario Pull My Daisy di Robert Frank (che però non aveva suono in sync), dalle più frequenti apparizioni di quando era anziano e da dozzine e dozzine di registrazioni di Howl («che ascoltavo leggendo e rileggendo il libro mentre camminavo per le strade di New York»), Franco (che in Milk era Scott Smith) evoca con naturalezza sorprendente, l’intensità, la dolcezza, la vulnerabilità, unita però a quel lieve senso di imminente pericolo che emanavano dall’aura di Ginsberg. Che lo si veda, nel 1955, in bianco e nero, leggere Howl in un coffee & shop californiano con i muri di mattoni, circondato da giovani entusiasti, mentre si innamora di Jack Kerouac, attraversa l’America con Neal Cassady o, nel 1957, a colori, in una lunga intervista rilasciata dal suo appartamento newyorkese – la voce, l’inflessione, le pause, i sorrisi accennati, i gesti per preparare il tea, l’opacità dello sguardo… ne fanno un Ginsberg verissimo e commovente. Quando il film non è su di lui, siamo nell’aula di un tribunale di San Francisco dove Lawrence Ferlinghetti, che pubblicò Howl sotto la sua etichetta City Lights (attiva ancor oggi anche se la libreria è purtroppo chiusa), è processato per oscenità, davanti a una parata di esperti di linguistica e di letteratura (tra cui gli attori Jeff Daniels, Alessandro Nivola, Mary Louise Parker) che vivisezionano il testo e pontificano sulla sua «pochezza» artistica.
Il giudice – seppure conservatore – decise a favore di Ferlinghetti in nome della libertà d’espressione e cancellò il bando sulla poesia (ma ancora oggi radio e tv Usa non trasmettono Howl per paura di essere denunciate). In altri momenti, Friedman a Epstein affidano le immagini del loro film a Eric Drooker, illustratore e collaboratore di Ginsberg che qui tenta la difficile impresa di visualizzare il vorticoso flusso di parole e di coscienza dell’Urlo – con risultati non sempre riuscitisismi. In effetti, il fascino di Howl sta proprio nell’idea di costruire un intero film su una poesia e, oltretutto, una poesia così difficile. Si tratta di una scelta la cui ambizione rimane purtroppo spesso stritolata dalla struttura e concezione del film , entrambe troppo scolastiche.
Giulia D’Agnolo Vallan, Il Manifesto, 27 agosto 2010

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