L’amore buio

Un film di Antonio Capuano. Con Irene De Angelis, Gabriele Agrio, Luisa Ranieri, Corso Salani, Valeria Golino. Anna Ammirati, Fabrizio Gifuni. Drammatico, durata 110 min. – Italia 2010. – Fandango

Ci sono registi che sanno raccontare bene certi mondi e non altrettanto bene certi altri. È il caso di Antonio Capuano, bravissimo nel riprodurre la vitalità sanguigna e viscerale dei ragazzi sottoproletari dei bassi di Napoli, non altrettanto efficace quando racconta la borghesia (vedi La guerra di Mario). Qui la storia si divide in due metà: una parla di una ragazza della Napoli bene che è stata violentata da un branco di coetanei, l’altra segue l’iter di crescita di uno dei componenti del branco, finito in prigione dopo aver denunciato se stesso e i suoi compagni. Le loro strade corrono parallele, in due mondi distinti anche da luci e colori diversi (grigio per la ragazza, variopinto per il ragazzo). Ma mentre è facile affezionarsi al “ragazzo di vita”, è difficile immedesimarsi e persino riconoscere la ragazza che sembra uscita da un film di fine anni ’60 sull’ennui borghese.
Paola Casella, Europa , 4 settembre 2010

I microcriminali liberi e vagabondi di «Vito e gli altri» sono finiti in galera, il quattordicenne Pianese Nunzio ora ne ha 16 e porta alle estreme conseguenze i suoi istinti violenti, il mondo borghese e quello sottoproletario entrati in cortocircuito in «La guerra di Mario» circoscrivono di nuovo i propri confini e restano rigorosamente separati. «L’amore buio» di Antonio Capuano, presentato a Venezia nelle «Giornate degli autori» ci spinge – a costo di forzature metacinematografiche – a ricomporre l’universo narrativo (ma anche il suo coerente percorso artistico ed esistenziale) dell’autore napoletano più estremo e provocatorio, più naturalistico e spigoloso, il meno «riconciliato». Sono passati vent’anni dal suo folgorante film d’esordio sull’infanzia rubata. Capuano continua a raccontare l’adolescenza difficile napoletana, ma sa che è diventato un territorio narrativo sempre più minato, che negli ultimi anni parlare dei sottoproletari è diventato di moda. Ed esplora con piglio espressionistico e vocazione naturalistica la doppia faccia dell’amata/odiata Napoli, perlustra la luce e il buio, le zone d’ombra e gli exploit solari delle due città che non s’incontrano/scontrano, tutt’al più si sfiorano o fanno finta di piacersi o illusoriamente e a sprazzi convivono, ad associare – senza pedanteria simbolica – il contrasto chiaro/scuro al buio dell’anima, al lato oscuro della coscienza. La sua visione realisticamente disperata lo porta a rifuggire come fa sempre dal puro sfondo, dalla burocratica ambientazione per lavorare sulla città come un corpo che si scompone e si ricompone, si decompone e si rigenera in un tutt’uno con i corpi, i volti e i gesti dei due giovanissimi protagonisti che si «conoscono» solo attraverso un violento contatto fisico e resteranno separati ma al tempo stesso legati da quel trauma che ha cambiato le loro vite. Una giornata balorda di un gruppo di amici che si conclude con lo stupro di Irene, una ragazza della Napoli bene. Il sedicenne Ciro la mattina dopo denuncia l’accaduto e i ragazzi vengono condannati a due anni di reclusione. Da questo momento Capuano segue le vicende parallele del carnefice e della sua vittima, documenta l’inferno carcerario dell’uno e il (finto) paradiso borghese dell’altra, osserva con sguardo antropologico l’evoluzione interiore e (anti)psicologica dei due giovani, i segni profondi e indelebili di un rapporto buio e violento ma che con la trasformazione di ambedue non resta qualcosa da consegnare soltanto alla cronaca. Straordinaria come sempre in Capuano la scelta dei due esordienti (Irene De Angelis e Gabriele Agrio) per azzerare lo scarto tra finzione e realtà e ottenere un’incisiva adesione psicofisica.
Alberto Castellano, Il Mattino, 17 settembre 2010

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