Le quattro volte

Un film di Michelangelo Frammartino. Documentario, durata 90 min. – Italia, Germania, Svizzera 2010. – Cinecittà Luce

Arriva in sala, dopo il bel risultato al festival di Cannes, dove è stato selezionato (e molto amato) alla Quinzaine, con la conquista del premio Europa Cinemas Label – in sostegno alla distribuzione europea – il secondo film del regista di origine calabrese, che è nato e vive a Milano pure se la «sua» Calabria nascosta tra monti e campagne è il set che privilegia. Era nel Dono, il suo primo film, ritorna in questo che ieri ha vinto ai Nastri d’Argento (assegnati dai giornalisti cinematografici) il Nastro speciale. E davvero è un film speciale Le quattro volte, poesia del cinema radicata nell’essenza della vita. Come lo scorrere delle stagioni a cui si ispira il titolo, che sono anche i diversi passaggi che nell’universo attraversa la materia umana, animale, vegetale trovando a ognuno di essi una sua nuova funzione.
La prova era difficile, una lavorazione lunga per rispondere alla necessità di filmare l’alternanza delle stagioni, e soprattutto il possibile «fantasma» dell’esordio che lo aveva fatto conoscere internazionalmente (Il dono era stato presentato al festival di Locarno). Del film precedente questo conserva la cura amorosa e attenta per i paesaggi e per la luce, la composizione delle inquadrature e del rapporto tra chi le abita (il montaggio di perfetto equilibrio è di Benni Atria), mostrando una sicurezza più consapevole nella reciprocità di narrazione e immagini.
Siamo in un paesino, un vecchio pastore ogni giorno porta nei campi le sue capre. Lo accompagna il cane che bada al gregge. L’ anziano è malato, ha una tosse cattiva, per curarsi tutte le sere beve in un poco d’acqua la cenere benedetta che gli passa una pia donna. Un giorno perde il prezioso pacchetto, lo cerca, corre alla sagrestia ma è notte ormai e la porta è chiusa. La mattina dopo le capre attendono, il cane abbaia ai paesani che preparano la processione ma l’uomo non arriva. Le capre lo trovano morente nel suo letto, lo circondano quasi per un ultimo saluto.
Secondo movimento, la nascita del capretto. Ora sono le capre le protagoniste, buffe e smaliziate davanti alla macchina da presa – devono essere stati incredibili la pazienza e il lavoro per cogliere quei momenti magici di umorismo «caprino». Le vediamo nella stalla, al pascolo, lo sguardo ipnotico su di noi (altroché L’uomo che fissa le capre!)il gregge rispecchia per certi aspetti la comunità degli umani. Un giorno la capretta si perde nel bosco e si assopisce sotto al grande albero. Terzo movimento, l’enorme abete sta per essere abbattuto. È tempo infatti di preparare la pita, la festa che nella tradizione contadina celebra la fertilità. Tutto il paese si unisce nello sforzo, e poi nei canti e nelle danze. Al termine del rito, nel quarto movimento, la legna diventerà carbone per l’inverno, un filo di fumo nell’infinito orizzonte del cielo…
Questa parabola nello sguardo di Frammartino diviene semplice (e universale) come una fiaba. Il «c’era una volta» del regista ci porta pian piano nell’essenza di un universo antico, forse destinato alla scomparsa, che nella sua dinamica – gesti, ritualità, legame con la natura – esprime il senso profondo del mondo. Potremmo dire che Frammartino è il nostro Apichatpong Weerasethakul, le sue montagne e i boschi non sono popolati da fantasmi come la giungla thai ma ci restituiscono anch’essi la memoria, e quel respiro fuori dal tempo in cui le cose si fondono fino a divenire una sola.
Nessun tono pomposo però, e nemmeno nessun compiacimento estetizzante della bella-immagine-un-po’-vuota – anche se le inquadrature sono magnifiche, condensano pittura e invenzione. La sfida di Frammartino è quella del cinema, è lì che passa il sentimento, la spiritualità, la storia. Le sue immagini «documentano», filmano la realtà nel dettaglio e nell’imprevisto, nel flusso dell’esistenza di ogni essere vivente. E inventano una dimensione personale, sono segrete, narrano un mistero. È questa la loro potenza, è qui che riescono a divaricare lo sguardo dello spettatore, a sorprenderlo per condurlo altrove. Il loro è infatti un orizzonte aperto, che non offre spiegazioni teleguidate e neppure impone una lettura prioritaria. Regala invece un fuoricampo di meraviglia, pensiero, dolcezza.
Andatelo a vedere questo film, e fate passaparola perché sorprendersi oggi è sempre una bella cosa.
Cristina Piccino, Il Manifesto, 28 maggio 2010

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