London River

Un film di Rachid Bouchareb. Con Brenda Blethyn, Sotigui Kouyaté, Roschdy Zem, Sami Bouajila, Bernard Blancan. Drammatico, durata 87 min. – Gran Bretagna, Francia, Algeria 2009 – Bim

La coproduzione franco-inglese London River arriva in Italia a più di un anno dal premio conferito alla Berlinale all’attore maliano Sotigui Kouyaté (tra i più intensi e «tecnici» performer di Peter Brook) per la sua smagliante, obliqua e destabilizzante interpretazione di un padre alla ricerca della verità sulla morte del figlio «immigrato» al Nord, disperso in occasione di un devastante attentato terroristico e dunque più di altri destinato a sparire nel nulla senza che nessun cittadino europeo bianco si preoccupi e si indigni più di tanto per la sua sorte. Il regista, il «beur» francese di origine algerina Rachid Bouchareb, che assieme a Kechiche è arrivato, con il sudore della meritocrazia e qualche compromesso sopportabile, a maneggiare i grossi budget un tempo riservato al francesi «veri», alterna epopee storiche ambiziose che ricostruiscono l’odissea anticoloniale dell’emigrazione maghrebina in Francia a metafore più intime e sottili, come questa (e Little Senegal, 2001, sempre con Sotigui Kouyaté, di cui sembra il sequel). Ed è partito, per trasformarlo in fiaba semi-etica, da un drammatico fatto di cronaca. Il 7 luglio del 2005, verso le 9 di mattina, alcune esplosioni sui treni e sugli autobus inglesi provocarono più di 50 morti e centinaia di feriti. Atto di guerra terrorista che mirava anche a deformare lo stato di diritto e il formalismo democratico. Bouchareb immagina che la madre di una ragazza inglese e il padre di un ragazzo senegalese, entrambi emigrati in Francia, si mettono alla faticosa ricerca londinese dei propri cari scomparsi, incrociandosi con una diffidenza reciproca via via decrescente… Lei è bianca, protestante e istintivamente un po’ razzista, e fa la contadina nelle isole bretoni di Guernsey. Lui, senegalese, abbandonò il figlio a sei anni per lavorare in Europa e vive in Francia, come giardiniere. Una certa rigidità comportamentale rispetto a chi si vanta della propria alterità e superiorità superba gli è concessa. Naturalmente i due genitori, superando l’intolleranza di pelle inizialmente esibita, e i loro radicati pregiudizi, scopriranno, e paradossalmente solo grazie alle bombe, due o tre cose dei loro figli (erano amanti, vivevano insieme e studiavano l’arabo classico nella stessa scuola) che ignoravano completamente, quasi meritandosi alla fine la tragica notizia.
Il film è molto ben modulato, ed è diretto in modo da non cedere al sentimentalismo. L’esperto cineasta ha quel surplus emotivo e quella sensibilità «stereofonica» che tra le mani di un cineasta bianco europeo diventa spesso «mono», perché sa meno bene uscire dalla paura «islamista» e ha meno sensi di colpa. Dunque Bouchareb sa far commuove i due pubblici, e anche nell’attimo giusto, quando, a 5 minuti dalla fine, provoca una ben congegnata reazione lacrimogena. Ma nello scontro tra i fatti storici e la fantasia, tra cronaca vera e ideologia si producono non incanti ma disincanti, e fantasmi inquietanti e velenosi appaiono. Come il ritratto dei poliziotti londinesi qui così servizievoli e civili, e perfino di religione musulmana, proprio mentre la realtà vedeva squinzagliati sbirri vendicatori e feroci, frutto calcolato delle leggi e dei comportamenti d’eccezione. Già, proprio nel fuori campo del film avveniva l’assassinio di un ragazzo brasiliano, Jean Charles Menezes, capro espiatorio innocente, freddato alle spalle in metropolitana in quei giorni d’ira da un poliziotto tanto psicopatico quanto poi assolto da ogni reato, secondo il protocollo Bolzaneto che regala immunità ai Blair e ai Fini. Il cinema civile di una volta (Costa Gavras e Rosi, Petri e Losey…) affondava la lama dove non poteva, azzuffandosi con la storia ufficiale e l’informazione embedded, pur cedendo spesso alla «lingua spettacolare». Non se la prendeva con chi sta in basso ma con chi sta in alto. E non fu mai scritto né realizzato con i soldi e con la supervisione censoria del potere, siano singoli stati o Ue.
Roberto Silvestri, Il Manifesto, 27 agosto 2010

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