We want sex

Un film di Nigel Cole. Con Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson, Geraldine James, Rosamund Pike. Titolo originale Made in Dagenham. Drammatico, durata 113 min. – Gran Bretagna 2010 – Lucky Red

We Want Sex cioè come raccontare lotte operaie e per i diritti all’eguaglianza, stessa paga a uomini e donne perché sono come i colleghi maschi, in chiave di commedia a orchestrazione perfetta, sensibilità, umorismo, commozione, risata e paradosso mescolati senza sbagliare un singolo «ingrediente», un cast magnifico e un ritmo trascinante.
Gran Bretagna, 1968. Il mondo sta per esplodere e le operaie della Ford di Dagenham decidono di scioperare. Le pagano meno dicendo che non sono specializzate ma appena fermano la produzione di fodere dei sedili l’intera macchina si arresta. La verità è che le paga è diversa perché sono donne e anche il sindacato (dipinto in modo poco lusinghiero) è pronto al compromesso. Lo sciopero va avanti, e si estende nel resto del paese divenendo una battaglia per l’eguaglianza non solo in fabbrica. Guidate da Rita (Sally Hawkins) le operaie si confrontano con le loro paure e contraddizioni ma, soprattutto, col fatto che questa lotta coinvolge la loro vita personale di donne, i rapporti familiari, i mariti che si stancano delle loro assenze e che le colpevolizzano perché fermando la produzione mettono a rischio pure i loro stipendi
Nigel Cole è un regista che predilige le figure femminili (sua L’erba di Grace), e qui concentrandosi su un fatto vero — nei titoli di coda, vedremo le operaie di allora – riesce a disegnare senza retorica una battaglia che non è eroica ma «umana» e che come tale comporta momenti di sconforto e cedimenti … La scrittura è fondamentale perché filmare il lavoro non è cosa facile, anzi sembra esserci quasi una idiosincrasia tra il cinema e il lavoro, ancora più strana pensando che la sua origine è nelle riprese dei Lumière davanti l’uscita dei loro stabilimenti. O forse questa messinscena, è causa dell’impasse… Cole, che è anche bravissimo a ricostruire l’atmosfera dell’epoca in modo non solo vintage, è attento a mantenere la relazione tra la fabbrica — la sezione delle operaie temutissima dai colleghi uomini specie i più giovani con l’eccezione del sindacalista Bob Hoskins, dalla loro parte perché cresciuto da una madre operaia – e la dimensione familiare, le ambizioni, i sogni segreti. Con intuizioni fulminanti: il titolo italiano viene dallo striscione che le operaie esibiscono davanti a Buckingam Palace: «We want sex equality» ma il vento fa vacillare l’ultima parte … Oppure il dialogo tra Rita, con un fantastico Biba rosso che le ha prestato la molto chic moglie del capo della Ford di cui è divenuta amica, e l’allora ministro del lavoro britannico Barbara Castle, che si opporrà al ricatto americano accogliendo le rivendicazioni delle operaie: «Un Biba?» dice il ministro. E Rita: «Sì. Il suo è C&A vero? Ce l’ho uguale». È grazie a questi dettagli che il film si libera dall’impasse di cui si diceva, la rappresentazione del mondo operaio quasi sempre rigida e codificata. Pure se Cole sa iniettarvi la realtà, l’atmosfera dell’epoca, il dopoguerra con le ferite ancora dolorose, e il fascino (pericoloso) del boom.
Cristina Piccino, Il Manifesto, 3 dicembre 2010

Lavoro, lavoro, lavoro. Da Il responsabile delle risorse umane, in cui la faccia dolente e insofferente di Mark Ivanir diretto da Eran Riklis accompagna da Israele alla Bielorussa, in un viaggio scalcagnato per tutta l’Europa dell’Est, il cadavere di un’immigrata, fino alla straordinaria Sally Hawkins, che ci racconta in We Want Sex il ’68 secondo Nigel Cole: in una fabbrica della Ford, dove 187 operaie cambieranno la storia delle lavoratrici inglesi. E, in fondo, anche Bent Hamer, in Tornando a casa per Natale, già definito l’anti-cinepanettone, vede dei “miserabili”, nell’animo o nel portafoglio, che cercano di lottare per sopravvivere. Dentro e fuori. Film interessanti, da vedere, tra cui scegliamo proprio We Want Sex. Titolo che nasce da un errore – le manifestanti, a Londra, non dispiegarono completamente il loro striscione “We want sex equality”, suscitando l’entusiasmo della città -, scelto da Cole per un film vecchia maniera, dal sapore antico e dall’idealismo moderno. In tempi di precariato selvaggio, queste donne che lottano per un diritto ovvio ma negato (vi ricorda qualcosa?) non sembrano protagoniste di una lotta epica ed etica di più di quarant’anni fa. Con l’impeto socio-lavorista di Loach e la spensieratezza malinconica di Herman, Cole si getta a capofitto in un evento che cambiò la storia politica inglese. Il film va sul sicuro, punta dritto al cuore e si avvale di comprimari – dal sindacalista Bob Hoskins alla borghese radical chic Rosamund Pike – che danno pennellate decisive all’affresco di un ’68 diverso, ma vero. We want sex, grideranno i sessantottini per un decennio. We want sex hanno gridato un paio di centinaia di operaie dell’Essex. Facciamolo, anzi rifacciamolo anche noi.
Boris Sollazzo, Liberazione, 3 dicembre 2010

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