A qualcuno piace caldo

Un film di Billy Wilder. Con Marilyn Monroe, Tony Curtis, Jack Lemmon, George Raft, Pat O’Brien. Titolo originale Some like it hot. Commedia, b/n durata 120 min. – USA 1959.

Chi non ama questo film può considerarsi ai margini del vivere civile. Non si può essere umani, dotati di discernimento e non palpitare per le magnifiche avventure di Tony Curtis, Jack Lemmon e della zuccherosa Marilyn Monroe. Se non vi piace A qualcuno piace caldo fatevi vedere da uno specialista, la vita vi ha fatto del male. C’è tutto quello che si può chiedere alla fantasia di chi si prende la riga di far divertire il prossimo. C’è il tema classico del cinema americano, la fuga. C’è il modo classico della comicità, il travestimento. C’è la farsa, l’avventura, il giallo. C’è un pericolo che incombe e rende tutto più eccitante e parossistico. C’è il sesso, incarnato nella più sensuale Marilyn della storia del cinema. C’è tutto e di più. Una confezione accurata ed elegante, priva di cadute e volgarità. C’è un ritmo da vaudeville. Ci sono i rimandi ai film classici come le gangster stories o le comiche di Sennet. E c’è il travolgente amore tra un miliardario completamente rincoglionito e Jack Lemmon travestito da donna. Fino al finale che ha cancellato il «Domani è un altro giorno » di Via col vento. Non lo ricordate? Beh, nessuno è perfetto.
Walter Veltroni, Certi piccoli amori. Dizionario sentimentale di film, Sperling & Kupfer, Milano, 1994

Considerato dall’esterno, A qualcuno piace caldo è soltanto una allegra farsa, imperniata su una trovata tutt’altro che peregrina: due poveri diavoli, inseguiti e minacciati di morte da una banda di gangster, sono costretti a travestirsi da donna per poter entrare a far parte di un’orchestra in partenza per la Florida; su questa base, si sviluppa un complicato gioco di equivoci, sinché l’identità delle due provvisorie signorine non viene in chiaro sia ai banditi, coi quali la disdetta li ha rimessi in contatto, sia rispettivamente alla donna e all’uomo che l’amore ha fatto loro incontrare. Ma al regista, della trama propriamente detta non importa un gran che: basti vedere il modo spiccio e sbrigativo con cui, nel finale, si allontana dai suoi personaggi o per meglio dire li pianta in asso; ciò che gli preme è piuttosto di compiere una irriverente, parodistica interpretazione dell’America degli “anni 30”, l’America del proibizionismo e del jazz, dei miliardari a caccia di ballerine (e viceversa) e del massacro di San Valentino, dei gangster, con le ghette e dei suicidi per Rodolfo Valentino; l’America che il cinema ha impresso nella mente degli spettatori di tutto il mondo con le spietate immagini del film gangster e coi moduli della “sophisticated comedy”.
In questo senso, proprio il fatto di esser ricorso a una trovata che ci riporta al clima delle vecchie comiche, ai primordi del cinema, fa parte del gioco: e anzi rappresenta un elemento essenziale per poter volgere nello stesso tempo l’ironia contro i romantici banditi alla Scarface e contro le donne fatali alla Jean Harlow La farsa si è insomma presentata a Wilder come l’arma migliore per dissolvere i due tradizionali modi di vedere un’epoca ormai mitica nella recente storia degli Stati Uniti; in A qualcuno piace caldo c’è, sotto il velo della allegria, la stessa accesa volontà iconoclasta di Viale del tramonto; com’è ovvio, “mutatis mutandis”. Le battute fulminanti, le prese in giro azzeccate, gli episodi di irresistibile comicità non si contano: il night club clandestino nella sede di un’impresa di pompe funebri; la prima apparizione di Zucchero Candito, cioè di Marilyn Monroe; la sfilata dei vecchi miliardari rimbambiti, stesi al sole sulle loro sedie a sdraio, che accolgono l’arrivo in Florida dell’orchestra di tutte donne; il montaggio parallelo della scena di seduzione col falso miliardario, a bordo dello yacht, e della danza con il miliardario vero, nella balera a terra; il congresso dei fuorilegge mascherati da “Amici dell’opera italiana” e la morte di “Ghette” e dei suoi compari, uccisi da un bandito sbucato fuori da una torta monumentale. (…)
Vittorio Spinazzola, Cinema Nuovo, 1959

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