L’illusionista

Un film di Sylvain Chomet. Con Jean-Claude Donda, Edith Rankin, Jil Aigrot, Didier Gustin, Frédéric Lebon, Tom Urie Titolo originale The Illusionist. Animazione, Ratings: Kids, durata 80 min. – Gran Bretagna, Francia 2010 – Sacher

Premessa: Sylvain Chomet è un genio. È un grande disegnatore, con un tratto amabilmente «rétro» che deve qualcosa anche a fonti extra-grafiche come il cinema di Jacques Tati. Ed è anche un grande narratore, con un respiro narrativo degno dei classici dell’animazione. Il pubblico italiano lo conosce per Les triplettes de Belleville, gioiello del 2003. L’illusionista, uscito in Francia nello scorso mese di giugno, è dello stesso livello e racconta una storia da cinema «vero». Siamo alla fine degli anni ‘50 e il mondo del music-hall, con tutta la sua tradizione di musica da ballo e numeri circensi, è sconvolto dall’arrivo del rock’n’roll. L’illusionista del titolo capisce di essere fuori moda e tenta la fortuna nel posto sbagliato, Londra. Con i suoi affezionati complici – il coniglio, il cilindro, le colombe ammaestrate – finisce a esibirsi nei teatrini di provincia, finché l’incontro con la giovane Alice non cambia la sua vita… Distribuisce la Sacher di Nanni Moretti, una garanzia. Vederlo è un’immersione in un cinema poetico che, come l’arte dell’illusionista, si credeva scomparso.
Alberto Crespi, L’Unità, 29 ottobre 2010

Da un progetto mai realizzato di Jacques Tati e dal regista di Appuntamento a Belleville, un grandioso saggio sull’arte e sulla fine irreversibile di un epoca. Il comico francese di Mon oncle è la presenza/ombra dell’illusionista versione cartoon, una provvisoria reincarnazione di Calvero di Luci della ribalta, protagonista di un gioco magico, ipnotico e funereo, di straziante bellezza e tristezza.
In The Illusionist c’è quello sguardo nostalgico a un’animazione del passato proprio come il capolavoro Disney dello scorso anno, La principessa e il ranocchio. I colori pastellati, i tratti grafici che materializzano luogi e (in questo caso) ‘paesaggi perduti’, rimandano certamente all’ottimo precedente film di Sylvain Chomet, Appuntamento a Belleville. In questo film però c’è soprattutto la presenza/ombra di Jacques Tati. The Illusionist è infatti basato su una sceneggiatura del comico francese e lo stesso protagonista ha proprio le sue fattezze. Si tratta di una specie di Hulot invecchiato e più malinconico, che non è più il corpo estraneo che agisce nella società ipertecnologizzata di Playtime, ma che tende sempre di più ad agire in sottrazione, come se avesse l’intenzione di volersi dissolvere. La figura dell’illusionista appare quasi la versione cartoon del Tati degli esordi nel music-hall e del suo ultimo film, Parade, del 1974. Rappresenta l’esemplare di un mondo che sta per scomparire e si arrangia esibendosi in sordidi teatri davanti a un pubblico sempre meno numeroso. A volte fa i suoi numeri nel garden-party o nei bar. In un villaggio scozzese conosce Alice, ragazza giovane e innocente che si è subito entusiasmata per i suoi numeri di magia e lo segue anche ad Edimburgo quando decide di lavorare in un piccolo teatro locale. Lui gli fa dei regali (le scarpe, un vestito), facendoglieli apparire davanti come dei numeri di magia. Ma sa benissimo che questi effetti illusionistici sono destinati a finire presto.
The Illusionist è un grandioso saggio sull’arte e, al tempo stesso, sulla fine di un’epoca. La figura dell’illusionista è ormai marginale. C’è un momento in cui il protagonista si deve esibire sul palco dopo un celebrato gruppo rock dove il leader si scatena buttandosi per terra. Lui cerca di entrare più volte in scena ma è costretto a ritardare il suo ingresso perché il pubblico chiede il bis. Appare quasi la reincarnazione di Calvero di Luci della ribalta e si porta dietro anche quella coerenza nei movimenti del corpo, nel rapporto contrastato con gli oggetti, nell’utilizzo di brandelli di frasi proprio del cinema di Tati. C’è poi dentro anche la storia melodrammatica, straordinaria e straziante, tra il protagonista e Alice. Un gioco magico, ipnotico e funereo simile a quello tra Benigni e il figlio nel campo di concentramento di La vita è bella, in cui la realtà, ben visibile, viene continuamente mascherata. Anche davanti l’esibizione nella vetrina di un negozio, in cui l’illusionista è costretto a lavorare. Ad un certo punto Tati diventa in carne ed ossa quando il protagonista, per non farsi vedere da Alice, si nasconde dietro a un carrello di vestiti ed entra in un cinema dove proiettano Mon oncle. Lì forse prende forma in pieno questo progetto mai realizzato e quindi, questo film ‘perduto’, ambientato nel 1959 in cui Chomet sembra idealmente proseguire e terminare questo suo lavoro. Con un rispetto e una grazia assoluti. Con una nostalgia incontrollabile di un’opera immensa ed estremamente triste.
Simone Emiliani, Sentieri Selvaggi, 31 ottobre 2010

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