American life

Un film di Sam Mendes. Con John Krasinski, Maya Rudolph, Carmen Ejogo, Catherine O’Hara, Jeff Daniels. Titolo originale Away We Go. Commedia, durata 98 min. – USA, Gran Bretagna 2009 – Bim

Sam Mendes sonda ancora La Coppia, dopo Revolutionary Road, ma in un film di basso costo e senza nessuna star, sorta di sorprendente esercizio di indipendenza in un percorso autoriale già discretamente indecifrabile. Il dato rilevante è nella scrittura, visto che coatore dello script è uno dei maggiori talenti della nuova letteratura americana, Dave Eggers (in combutta con la moglie, Vendela Vida, scrittrice anch’ella), già al lavoro per il cinema nello sfortunato ma rimarchevole film di Jonze Nel paese delle creature selvagge.
Il rapporto tra Burt e Verona, alle prese con una gravidanza benvenuta ma non programmata, è a un punto di svolta: la scoperta che i nonni paterni sono in partenza per l’Europa e non potranno essere di supporto nel decisivo periodo successivo al parto, diventa il pretesto per lasciare la città e scegliere un nuovo posto in cui stare. I due giovani, pieni di aspettative e di ottimismo, si sentono fin troppo responsabilizzati, si pongono moltissime domande, fanno della logica la loro guida, ma in questa cieca fiducia nel futuro dimostrano immaturità, inconcludenza, sprovvedutezza. Sempre assaliti dal dubbio di essere falliti, non avendo ancora costruito nulla, simboleggiando palesemente una generazione priva di riferimenti forti e lasciata in balia di se stessa, i due viaggiano di città in città in cerca del posto ideale che possa accogliere la loro costruenda famiglia, incrociando un campionario di umanità che si rivela sempre in forme inaspettate: troppo folle, troppo illuso, troppo finto, troppo alternativo, felice solo in apparenza e invece dilaniato dal tormento: un’umanità schizzata e paranoide, persa nel suo mondo e incapace di uscirne per incrociare davvero l’Altro. Il film si limita alla constatazione di queste situazioni, inanellando una serie di episodi che coincidono con le tappe del viaggio intrapreso dalla coppia, in cui i personaggi in scena palesemente assolvono la funzione di ritrarre un’America piena di incertezze, persa in discorsi autoreferenziali o intellettualoidi, ipocrita quando non lontana da un aggancio alla realtà.
Mendes cerca di mediare tra il registro brillante e amaro, lasciando intuire i percorsi di vita che hnno condotto Verona e Burt alle scelte attuali, percorsi che si risolveranno in un solido ancoraggio al passato, con la scelta della vecchia casa dei genitori di lei come nuovo punto di partenza, ma si ha sempre la netta impressione di trovarsi di fronte a una storia che la pagina avrebbe descritto meglio, Away we go rimanendo un lavoro meccanico e poco partecipato, in cui non sono le idee narrative a mancare quanto la sostanza drammatica a concretizzarle, in cui l’approssimazione dell’approccio esistenziale dei protagonisti, che non hanno l’ipocrisia di travestire la loro precarietà con false sicurezze, non viene mai reso con convinzione; un film bene interpretato (su tutti Maya Rudolph), ma sempre freddamente teoremico, irrigidito nelle sue corrette quanto esangui descrizioni.
Luca Pacilio, Spietati.it, 31 luglio 2010

Sam Mendes, autore di due film da Oscar come American Beauty e Revolutionary road, è sospettato da sempre di correre sul filo della falsa indipendenza: i suoi detrattori lo considerano un bieco conservatore celato sotto una regia scintillante e ricca di invenzioni. Dividerà anche questo film più minimalista del consueto, ma che di povero in realtà non ha nulla, benché tratti di personaggi marginali e inadeguati. I due protagonisti sono Burt (John Krasinski) e Verona (Maya Rudolph), tentenni bohémien in attesa di un figlio, impegnati in un viaggio attraverso l’America alla ricerca del luogo giusto e della ricetta per allevare il nascituro. Si ride parecchio, fin da quando i nonni si eclissano dal ruolo partendo come due giovinetti verso lidi liberi da possibili nipoti e lasciando i futuri genitori soli dinanzi all’ignoto. E’ solo l’inizio della via crucis, fra incontri con comunità new age inaffidabili, mistiche della maternità, nuovi cinismi e antiche disillusioni. La ricerca della paternità consapevole volge al disastro e l’odissea di Burt e Verona si trasforma passo dopo passo in critica alle stucchevoli alternative radical. Alla fine, è vero, pare che tutto riporti alla tradizione vista come unico approdo, se non felice perlomeno realista, ma il gioco non è così semplice e i due eroi dell’odierna pedagogia ci raccontano con sottigliezza contemporanee ossessioni e confusioni. Bravissimi i due interpreti, naturali e un po’ nerd, noti soprattutto per i televisivi The office e Saturday night live, facce un po’ così che il cinema solitamente dimentica. Menzione speciale per il cameo di Maggie Gyllenhaal, sensibile icona del cinema indipendente. Da non perdere.
Piera Detassis, Ciak, 19 dicembre 2010

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