La donna che canta

Un film di Denis Villeneuve. Con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Remy Girard, Abdelghafour Elaaziz. Titolo originale Incendies. Drammatico, durata 130 min. – Canada 2010. – Lucky Red

Presentato all’ultima Mostra di Venezia nelle Giornate degli autori ma smarritosi dentro la pletorica offerta del festival (e primo o poi bisognerà ben farlo un ragionamento serio sulla quantità che uccide la qualità), La donna che canta (in originale Incendies) è una delle belle sorprese di questo inizio d’anno, di quelle che il pubblico più attento dovrebbe difendere con forza.
Tratto da una parte della fluviale opera teatrale di Wajdi Mouawad Le sang des promesses e adattato per lo schermo dal regista Denis Villeneuve, il film (che il Canada ha candidato alle nomination dei prossimi Oscar) si apre sulla lettura di un testamento. Stimata segretaria di un notaio quebecois, l’immigrata araba Nawal Marwan ha affidato al suo ex datore di lavoro le sue ultime volontà, che non tardano a meravigliare i figli gemelli Jeanne e Simon: devono ritrovare un fratello (di cui ignoravano l’esistenza) e un padre (che credevano morto da tempo) consegnando a ciascuno una lettera sigillata. Solo dopo potranno seppellire con tutti gli onori il corpo della madre, che fino a quel momento verrà solo coperto di terra, senza nemmeno una lapide a ricordarne il nome.
Se per Simon (Maxim Gaudette) queste volontà sembrano solo l’ultima «follia» di una madre che è morta chiudendosi all’improvviso in un mutismo senza ragioni, alla figlia Jeanne (Mélissa Désormeaux- Poulin) bastano per mettersi in viaggio verso il Libano, la loro terra natale, e cercare di scavare davvero in un passato rimasto nebbioso e indistinto.
Inizia così un percorso di scoperta e di svelamento che il regista racconta alternando l’oggi della figlia al passato della madre (interpretata da Lubna Azabal) e che si rivelerà un tragico pellegrinaggio dentro una terra non solo martoriata dalle guerre ma insanguinata dalle lotte e dalle vendette fratricide.
Un viaggio scandito in tanti capitoli, legati a un luogo o a un nome, come le tante piccole o grandi scoperte che faranno Jeanne e poi Simon (che a un certo momento abbandonerà il proprio scetticismo per portare a termine la sua parte di «disvelamento»), confrontandosi con una verità che fino ad allora entrambi avevano tenuto più o meno inconsciamente lontano dai propri occhi. Un viaggio che ha anche la forza e la tensione di un giallo, tanti sono i colpi di scena che passo dopo passo si dipanano di fronte ai due fratelli e che sarebbe ingeneroso anticipare allo spettatore. Diciamo solo (e è soltanto una minima parte delle scoperte che aspettano protagonisti e pubblico) che il misterioso fratello era nato dall’amore della giovane Nawal per un rifugiato palestinese (il film attraversa grosso modo gli ultimi trent’anni della storia del Libano), amore distrutto nel sangue dall’odio che i fratelli di Nawal, cristiani maroniti, avevano per i mussulmani fuggiti da Israele.
Un piccolo fatto privato, consumato dentro le pareti di una casa, indicativo però del modo con cui il film affronta i grandi drammi che hanno lacerato il Libano negli ultimi decenni: l’odio tra cristiani e mussulmani è lo stesso all’origine del massacro di Sabra e Chatila, ma Villeneuve (e prima di lui il drammaturgo Mouawad) preferiscono raccontare come le divisioni politiche e le faide religiose influenzino le vite private e le quotidiane fatiche per la sopravvivenza e la convivenza. In questo modo forse si rischia di rendere più ambigua la ricostruzione storica ma si ottiene l’effetto di coinvolgere più direttamente lo spettatore, chiamato a decifrare (e a prendere posizione tra) gli odi e le sofferenze che umiliano le persone.
Agli occhi di Jeanne e Simon, il passato della madre e della loro terra d’origine è un caos che toglie la parola (letteralmente: come succede alla madre quando intuirà una verità che l’agghiaccia) ma con cui non si può fare a meno di confrontarsi. Proprio come il notaio testamentario che a un certo momento rientra in gioco con la sua implacabile e fredda mentalità razionale, apparentemente «insensibile» al dolore, ma in realtà indispensabile per lasciarsi alle spalle il groviglio di violenze e vendette che ha stravolto le vite di troppe persone. E capire che la tragedia di tutto un Paese che per qualcuno è una specie di maledizione inestirpabile (l’agghiacciante scena in cui Jeanne si sente ripetere quello che aveva ucciso il primo amore della madre: l’accusa di aver infangato l’onore della comunità) si può invece superare liberandosi dagli odi che affondano le radici nel passato e cercando di «rinascere» diversi.
Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 20 gennaio 2011

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