Nowhere boy

Un film di Sam Taylor-Wood. Con Aaron Johnson, Kristin Scott Thomas, David Threlfall, Anne-Marie Duff, Ophelia Lovibond. Biografico, durata 98 min. – Gran Bretagna, Canada 2009 – 01 Distribution.

La storia – La tumultuosa adolescenza di John Lennon, segnata da due importanti e opposte figure femminili – la zia Mimi e la madre Julia -, dal rock’n’roll e dall’incontro decisivo con Paul McCartney. Che vi piaccia o no, John Lennon è una leggenda e l’idea di conoscere una leggenda prima che diventasse tale è sempre irresistibile. Il film dell’artista concettuale Sam Taylor Wood non delude le aspettative e riesce a tratteggiare un Lennon inedito e privato, un 15enne tormentato in bilico tra l’amore per la severa zia Mimi, con cui è cresciuto, e quello per Julia, la madre un po’ folle ritrovata dopo l’abbandono nell’infanzia. Una specie di “triangolo amoroso” molto emozionante, amplificato dalle intense interpretazioni dei tre protagonisti (anche se Aaron Johnson ha la pecca di sembrare un po’ più grande di un 15enne, ed è pure troppo belloccio). Taylor Wood mette in scena la bella sceneggiatura di Matt Greenhalgh (già vincitore di un BAFTA per Control, biopic su Ian Curtis) con uno sguardo curioso e mai banale. Onore al merito per non aver mai nominato i Beatles. E manco a dirlo, la colonna sonora curata dal duo elettronico Goldfrapp è super rock.
Glenda Manzi, http://www.duellanti.com

È un film a suo modo coraggioso Nowhere Boy di Sam Taylor-Wood, biopic inglese sulla giovinezza di John Lennon, in uscita il 3 dicembre nelle sale italiane. E lo è perché evita qualsiasi atteggiamento ruffiano verso lo spettatore, che è anche, presumibilmente, un ammiratore dei Fab Four: in tutto il film, il nome Beatles non viene pronunciato nemmeno una volta; il personaggio di George Harrison è poco più di una comparsa; solo all’incontro, e alla nascente amicizia, tra il protagonista e Paul McCartney, viene dedicato un po’ più di spazio. Ma sempre all’insegna dell’understatement, senza alcun tentativo di retorica celebrativa da “senno del poi”: sappiamo tutti cosa diventerà quel gruppetto di ragazzini di Liverpool, ma non per questo la sceneggiatura si sforza di trovarne le tracce nelle loro esperienze precedenti. Perché in realtà il cuore della pellicola è un altro: il drammone familiare che fa da sfondo all’infanzia e alla giovinezza del protagonista (interpretato da Aaron Johnson, già visto in The Illusionist e in Il re dei ladri). Siamo a Liverpool, nel 1955, e lui è un adolescente pochissimo interessato alla scuola. Dopo la morte dello zio George presso cui vive, riallaccia i rapporti con la madre naturale. La sexy, scatenata, fragilissima Julia (Anne-Marie Duff). E’ lei, patita del ballo e del rock’n’roll, a insegnargli i primi rudimenti di musica, facendogli suonare il banjo. Ma la situazione è destinata a complicarsi, visto che lei nel frattempo si è fatta un’altra famiglia. E soprattutto per il conflitto tra Julia e sua sorella, la zia Mimi (Kristin Scott Thomas), che ha cresciuto John fino a quel momento… Un’esplosione emotiva da cui – è questa la tesi del film – nascerà la voglia di emergere, di sfondare di Lennon. E di farlo proprio nel mondo del rock, sotto la spinta del successo di Elvis. Un percorso in cui – dopo aver fondato il suo primo gruppo, sarà aiutato dal quindicenne Paul McCartney (Thomas Brodie Sangster, che abbiamo visto bambino nel successo Love actually): l’incontro tra le due future anime dei Beatles – l’uno già scapestrato, l’altro bravo ragazzino orfano di madre – è uno dei momenti cult della pellicola. E perciò non lo raccontiamo, per non far perdere il gusto della scoperta allo spettatore. Il tutto in un film diretto da un regista esordiente, e basato in gran parte sui racconti fatti in prima persona dallo stesso Lennon. Di cui, ricordiamolo, si celebra il trentennale della morte: fu ucciso l’8 dicembre del 1980 da Mark Chapman. Anche per la coincidenza con questa ricorrenza, così triste, la cura dei dattagli, da parte degli sceneggiatori, è stata massima. Ma è chiaro che la prova più difficile è stata quella di Aaron Johnson. Chiamato a incarnare, su grande schermo, una leggenda immortale, raccontata nella sua giovinezza e nei suoi tormenti. “Non volevo fare passi falsi – ha rivelato l’attore – continuavo a ripetermi che non potevo permettermi di sbagliare: sentivo di dovergli rendere giustizia”. Al grande Lennon, ma anche ai tantissimi a cui lui ha cambiato in qualche modo la vita.
Claudia Morgoglione, http://www.repubblica.it, 17 novembre 2010

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