Gianni e le donne

Un film di Gianni Di Gregorio. Con Gianni Di Gregorio, Valeria de Franciscis, Alfonso Santagata, Elisabetta Piccolomini. Commedia, durata 90 min. – Italia 2011. – 01 Distribution

Gentile, servizievole, un poco alticcio anche fuori pranzo di Ferragosto, Gianni Di Gregorio ci ripropone il suo ego edipico multiplo ancora diviso tra mammà e le sue amiche. Ma i 60 anni lo rendono invisibile alle donne e, seminando indizi felliniani, il regista ci racconta dall’interno un sentimento di gran malinconia, impotenza, solitudine appena coperto da una commedia familiare che si toglie sassolini verso i giovani ma omaggia le vecchie. A tavola non s’invecchia, ma fuori sì, e molto.
Maurizio Porro, Il Corriere della Sera, 11 febbraio 2011

La prima garanzia di successo-bis è proprio una delle vecchiette, la più clamorosa; quella che nel primo film interpretava già la mamma di Gianni: Valeria Bendoni, una non-attrice di 95 anni che con un po’ di tempo a disposizione (gliene auguriamo parecchio) diventerà una diva planetaria, soprattutto se qualche regista saprà andare oltre il ruolo di ‘mamma di Gianni’ e sfrutterà le sue potenzialità horror. (…) La struttura rapsodica, senza più l’unità di tempo e di luogo – anche lievemente claustrofobica – imposta dal pranzo, permette a Di Gregorio di giocare sul frammento, sulla digressione, sulla coazione a ripetere. Lo fa con maestria, senza annoiare. Anzi, il film è qua e là molto divertente. Nel suo mettersi in scena, Di Gregorio sembra un Woody Allen trasteverino passato attraverso la comicità sospesa, a volte amara, di Nanni Moretti. (…) In realtà ‘le donne’ del titolo non sono soltanto le belle ragazze che Gianni occhieggia per strada, o la moglie con la quale vive da separato in casa, o l’ex fiamma che rimpiange, o le signore che goffamente corteggia – dalla badante alla cantante lirica che gli preferisce i gorgheggi e, forse, il giovane pianista che l’accompagna. No. ‘Le donne’ del film sono anche, ad esempio, la madre e la figlia. (…) ‘Gianni e le donne’ è molto più che un film su Gianni e le sue donne. È il ritratto di una borghesia romana imbranata quanto il suo cantore, e quindi di un’Italia infantile e bloccata, dove la borghesia non è e non è mai stata una classe di governo e di cultura. Gianni e le donne non è un film su Berlusconi, perché ci racconta un uomo assai più umano di Berlusconi. Ma è un film che aiuta a capire perché molti italiani trovino Berlusconi simpatico. Non tanto Gianni, che magari è pure di sinistra, quanto coloro che lo circondano.
Alberto Crespi, L’Unità, 11 febbraio 2011

Un film sul sesso senza sesso. Una città delle donne amorosamente perimetrata in un fazzoletto di Roma (tetti, scalinate, ponti, terrazze, panchine) compreso fra Trastevere e l’Ara Pacis, Viale Glorioso e piazza Navona. Un esercizio di ‘autofiction’, genere praticato dal cinema con largo anticipo sulla letteratura, che elabora e dilata il personaggio introdotto da ‘Pranzo di Ferragosto’ – lo stesso Gianni Di Gregorio, chiamato come tutti nel film col suo vero nome – cambiando sguardo e prospettiva. (…) Qua tutto passa attraverso gli occhi cerchiati e i palpiti un poco sfiatati del sessantenne Gianni Di Gregorio, figlio unico di madre vedova (la sempre spiritosa Valeria Bendoni De Franciscis), una vita che scorre fin troppo quieta fra passeggiate coi cani e commissioni multiple. (…) In pochi tratti una serie di personaggi verissimi e irresistibili, come certe figure di contorno del primo Moretti, che resta il modello più evidente del cinema di Di Gregorio. Anche se naturalmente un conto è fare ‘Ecce Bombo’ a 25 anni, altro girare a 61 ‘Gianni e le donne’. (…) Tanto che questo film privatissimo e crepuscolare diventa quasi suo malgrado il manifesto di uno sguardo sul mondo, le donne, il desiderio, che è l’opposto di quello propinatoci da vent’anni di cattivo cinema e di pessima vita pubblica. Senza moralismi o pulsioni penitenziali, al contrario. (…) Una figura che in qualsiasi altro film italiano sarebbe volgare e compiaciuta, mentre qui ha il divertimento, la malinconia, la blanda ma persistente mitomania che sono al cuore di un rapporto con l’eros molto italiano, da Brancati a Flaiano fino a Fellini e oltre; ripreso qui con un’eleganza e una gentilezza che lasciano sperare in una via alla commedia davvero diversa.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 11 febbraio 2011

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