Il tempo dei cavalli ubriachi

Un film di Bahman Ghobadi. Con Nezhad Ekthiar-Dini, Amaneh Ekhtiar-Dini, Madi Ekhtiar-Dini, Ayoub Ahmadi Titolo originale Zamani barayé masti asbha. Drammatico, durata 80 min. – Iran 2000 – Lucky Red

Note: Vincitore della camera d’or al festival di Cannes 2000. I fratelli, che interpretano se stessi, vivono a Bane’, villagio curdo di montagna al confine tra Irak e Iran.

Dopo la morte del padre, dei fratellini già senza madre, sono costretti a tirare avanti con le proprie forze in un villaggio curdo ai confini fra Iran e Iraq, ma le difficoltà aumentano quando al nuovo capofamiglia, anche lui ragazzino, viene detto che il fratello Madi, affetto da nanismo, ha bisogno di un’operazione per continuare a vivere. Pur di salvarlo, la sorella maggiore accetta di sposare un giovanotto iracheno che gli può garantire le cure adeguate. Però, durante il viaggio verso l’Iraq, la famiglia del futuro sposo decide di abbandonare il ragazzo malato. Ma tutti i fratelli, invece, continueranno a portarlo in braccio e ad accudirlo con tenerezza.

I Curdi sono una nazione senza Stato, forse la più grande popolazione senza Stato del mondo, che conta oltre 30 milioni di persone.
Questo piccolo film di Bahman Ghobadi racconta la storia (vera) di una famiglia curda alle prese con le quotidiane vicende di povertà e miseria aggravate dalla malattia di uno dei 5 figli che necessita di cure e di un’operazione urgente per poter sopravvivere. L’unico figlio maschio sano, dopo la morte di entrambi i genitori, si assume le gravose responsabilità della famiglia lavorando come trasportatore di merci viaggiando sul montagnoso confine tra l’Iran e l’Iraq.
“Il Tempo dei Cavalli Ubriachi” è un film su un popolo dimenticato, assunto alle cronache mondiali per gli atti di terrorismo delle sue frange più estreme. Ma è anche un film sulla povertà di questa gente, sull’infanzia perduta, anzi, mai trovata dei bambini. Un film che racconta una realtà dove il valore delle piccole cose è estremamente più importante di quello a cui siamo abituati. Una realtà dove la felicità è possedere un quaderno nuovo per poterlo mostrare a scuola ai propri compagni. È un film su una terra ostile e fredda, come duri e freddi sono i suoi abitanti, dove un raggio di sole è salutato come un dono di Dio e dove qualsiasi gesto, azione o accadimento è finalizzato alla sopravvivenza. Una terra dove non esiste il superfluo ma solo l’essenziale.
Bahaman Ghodabi, regista curdo-iraniano, già aiuto del più famoso Abbas Kiarostami, fa frutto di questa essenzialità e maneggia la camera con parsimonia e asciuttezza. Non c’è teatralità nel suo modo di raccontare, non ci si abbandona all’autocommiserazione, né all’indulgenza. Racconta una storia vera dove la poeticità è intrinseca nella vicenda stessa, nel susseguirsi dei tragici eventi che la caratterizzano. Confeziona, per l’appunto, un film essenziale. E quindi autentico. Perché vere sono le espressioni degli attori (che interpretano se stessi), veri sono i loro dolori e le loro piccole gioie. Vera è la felicità del bimbo malato quando osserva il manifesto di un culturista regalatogli dal fratello. Questo piccolo film, vincitore della Camera d’Or al festival di Cannes 2000, ha però ottenuto un effetto straordinario. Il piccolo Madi verrà presto operato da un equipe medica italiana, facente parte di un’organizzazione di volontariato denominata WOPSEC, che si recherà direttamente nel Kurdistan iraniano per eseguire l’intervento.

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