L’ultimo cinema del mondo

Un film di Alejandro Agresti. Con Vera Fogwill, Angela Molina, Jean Rochefort. Titolo originale El viento se llevó lo que. Commedia, durata 88 min. – Argentina, Francia, Paesi Bassi, Spagna 1998 – Pablo

L’ultimo cinema del mondo non è solo un’idea romantica, essendo l’unica possibilità di comunicare con il mondo esterno (nonché di sopravvivere alla noia) di uno sperduto villaggio della Patagonia.
Il regista argentino Alejandro Agresti sceglie così di ambientare il suo ultimo film ai confini del mondo, alla ricerca di un luogo “vergine” in cui la gente guardi alla vita con uno sguardo innocente e non ancora alterato dai mezzi di comunicazione di massa. Il risultato è una riflessione ironica e insieme malinconica sul cinema e sulle reali possibilità e modalità di comunicazione della cultura.
Questo piccolo paese della Patagonia tagliato fuori dal mondo, si contrappone al più vasto “villaggio globale”- rappresentato in questo caso dalla grande città, Buenos Aires – simbolo di in un illusorio progresso e di una falsa comunicazione tra gli uomini. Non è un caso, dunque, che il film inizi proprio con la fuga dalla capitale argentina della protagonista, Soledad (Vera Fogwill), una delle poche donne tassiste di Buenos Aires, che un giorno decide di piantare tutto, ruba il taxi e comincia a viaggiare senza meta, verso il Sud dell’Argentina. Dopo tre giorni ininterrotti di viaggio arriva in Patagonia e laggiù, per un colpo di sonno, ha un incidente. In cerca di aiuto arriva in un piccolo villaggio sperduto dove si trova appunto l’ultimo cinema del mondo che altro non è che una piccola e modesta sala, unico luogo di divertimento e di evasione per gli stravaganti abitanti del villaggio, appassionati cinefili che con immutato entusiasmo assistono alla proiezione di vecchi film consumati e ridotti ormai a brandelli. Prima di arrivare a “morire” nell’ultimo cinema del mondo quelle pellicole sono state proiettate migliaia di volte in migliaia di altre sale e sono ormai consunte e in comprensibili. Il risultato è che le storie una volta proiettate sono caotiche e senza senso. E questo influisce fortemente sulle capacità logiche degli abitanti, che sono quasi tutti dislessici e si esprimono attraverso un linguaggio surreale, tutto basato sui più classici luoghi comuni del cinema. L’unica persona con cui Soledad ha un dialogo appena un po’ più “normale” è un’altra straniera, Maria (Angela Molina), proprietaria dell’unica locanda. E poi c’è Edgar Wexley (Jean Rochefort), l’eroe di tante pellicole ormai indecifrabili, che un giorno si materializza in questa località fuori dal mondo e fuori dal tempo per la gioia dei suoi affezionatissimi fans. Gli abitanti di questo stralunato borgo ai confini della civiltà non sono però “ignoranti”, al contrario per il regista è fin troppo evidente come la vera ignoranza alberghi in realtà nelle grandi città, dove la popolazione accetta continuamente la manipolazione e il compromesso. L’ignoranza genera a sua volta la violenza a cui si ricollegano nel film le allusioni alla repressione militare che ha caratterizzato la storia dell’Argentina degli anni Settanta. A questa violenza Agresti contrappone l’innocenza e la fantasia dei personaggi del suo film, come nel caso di Antonio (Ulises Dumont), che deciderà, proprio nel momento della presa del potere da parte dei militari, di partire alla volta di Buenos Aires, animato dalla sua ingenua filantropia e dall’illusione di poter vendere la sua teoria socialista.
Emanuela Surace

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