Storie

Un film di Michael Haneke. Con Juliette Binoche, Thierry Neuvic, Luminita Gheorgiu, Ona Lu Yenke Titolo originale Code inconnu – Récit incomplet de divers voyages. Drammatico, durata 117 min. – Francia 2000 – BIM

Un giovane ribelle getta con disprezzo una cartaccia in faccia ad un mendicante all’angolo di un boulevard parigino. Da questo gesto inizio una storia in cui diversi personaggi molto diversi tra loro si incrociano dando una svolta alle loro vite.

In Code Inconnu, “codice sconosciuto”, il “divertimento” consiste in una serie di trappole tese ai personaggi e allo spettatore, lo scacco perpetuo che si rappresenta di fronte ai nostri occhi, consapevoli o no della macchina da presa.
Prima trappola: un giovane di colore assiste al gesto umiliante, l’adolescente Jean che getta con disprezzo un pezzo di carta su una donna mendicante. Rincorre il colpevole attirando l’attenzione dei passanti e poi dei poliziotti, quando la scena si trasforma quasi in lite e rissa. Ma di fronte ai poliziotti la situazione si rovescia. I bianchi possono andare via tranquilli. Anne (Juliette Binoche) recupera Jean, fratello minore del suo fidanzato, senza doversi giustificare; il giovane nero è arrestato e perfino la mendicante rumena, vittima silenziosa e in disparte subisce le conseguenze. È una clandestina, cosicché viene espulsa dalla Francia (bellissima per scarna essenzialità la sequenza in cui vediamo semplicemente l’ingresso dell’aereo e le ordinarie operazioni di imbarco).
Seconda trappola: Anne sta visitando un appartamento, quando l’agente immobiliare la spinge in una stanza le cui finestre sono murate. È forse un assassino che rinchiude la sua vittima? No, si tratta del set di un film, Anne è un’attrice.
Ma le trappole non sono solo inerenti alle storie. Basti guardare come Haneke filma la presenza dei personaggi in un bar. Con il preciso intento che la contemporanea presenza di alcuni personaggi risulti una sorpresa, condizionata forse dalla fallacia dei sensi, o dal nostro pregiudizio o condizione “inferiore” di spettatori. Il senso di separazione, d’incessante divisione tra le parti è suggerito dalle inquadrature nere che separano le varie sequenze spesso troncate bruscamente Haneke continua questo gioco, mostrando come è possibile costruire una suspense, solo che la tensione è anche legata ad un evento “morale”. Il gioco delle percezioni e del caso produce delle conseguenze terribili in chi le subisce. I personaggi non possono mai contare su una chiarificazione, perché il dialogo tra le parti è impossibile, inficiato dal peso dei pregiudizi e delle differenze (gli stessi della percezione di spettatori) che allontanano gli esseri umani. La riflessione sulle razze sembra allora partire proprio dalla constatazione di un fattore ineliminabile di diversità. Magari nel discorso questo rapporto tra razze può condurre a una falsa interpretazione del conflitto tra ordine sociale e identità individuale, poiché tale guerra è sempre in corso, che si tratti di razza o qualsiasi identità. È un compromesso comunque che non è mai indice di giustizia, semmai proprio l’esemplare dimostrazione di una ingiustizia che permane, di uno scenario di lotta tra deboli e forti, tra vincitori e vittime senza la traccia di un saldo riferimento morale.

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