Thomas in love

Un film di Pierre-Paul Renders. Con Benoit Verhaert, Magali Pinglaut, Aylin Yay, Micheline Hardy, Alexandre von Sivers, Frédéric Topart, Serge Larivière, Eric Kasongo, Dominique Baeyens, Jacqueline Bollen Titolo originale Thomas est amoureux. Commedia, durata 92 min. – Francia, Belgio 2000 – Key Films

Note: Presentato alla 57^ mostra del cinema di Venezia (2000) nella sezione “Cinema del presente”

Thomas, 32 anni, è affetto da una forma acuta di agorafobia. Per questo, da otto anni si è rinchiuso volontariamente in casa e mantiene i contatti con il mondo esterno solo attraverso Internet. Nonostante la sua esistenza da eremita, è felice, anche se solo. Così il suo psicanalista decide di iscriverlo ad un club per appuntamenti via Internet. Sullo schermo del suo computer cominciano ad arrivare messaggi di donne, affamate d’amore. Riusciranno a far uscire Thomas dalla sua prigionia volontaria?

Pierre Paul Renders, giovane regista belga, al suo primo lungometraggio, analizza la paura del mondo e al contempo quella della solitudine. Con il suo personaggio, Thomas, che non compare mai, Renders decide di parlare dell’agorafobia in maniera piuttosto originale: fa in modo infatti che lo spettatore diventi esso stesso protagonista, guardando il mondo come lo guarda lui attraverso un videotelefono. Sullo schermo nient’altro che primissimi piani, lunghi piani sequenza e inquadrature fuori centro e fuori fuoco dei personaggi con i quali Thomas si trova a parlare. La mamma che rispetta le regole del figlio cercando di chiamarlo una sola volta a settimana; l’assicuratore della “Globale” che si prende cura di Thomas, gestendo ogni aspetto della sua vita di segregeato volontario, persino contento di gestire tutto il denaro affidatogli; lo psichiatra che decide di iscriverlo ad un club di incontri per “guarirlo”; la cyber woman, costruita virtualmente al computer con la quale Thomas riesce a fare sesso. Ma sullo schermo arrivano anche delle donne vere che invadono la sua vita con le loro emozioni, le insicurezze e la loro debordante voglia d’amore. Thomas riesce a sfuggire a questi attacchi dall’esterno, raccontando di sè e della sua malattia, lasciando però che un dubbio crescente si faccia strada lentamente, facendolo riflettere su tutta la sua vita di quegli ultimi otto anni. Riesamina il suo mondo intimo e privato e si accorge di sentirsi confuso e annoiato e, non riuscendo più a convincere chi lo ascolta che quella vita è la più auspicabile, non convince neppure se stesso. Certo è che il regista sembra conoscere perfettamente il mondo di un agorafobo: riesce, con la sua tecnica cinematografica a far entrare di colpo lo spettatore in una realtà piuttosto inquietante in cui i sentimenti e le passioni sono raggelate dal video che non lascia spazio allo “spazio” in un continuo susseguirsi di personaggi in primo piano che sembrano cercare essi stessi una identità e autenticità, dipingendo il viso con strani e criptici segni. Il risultato è un crescente senso di claustrofobia e il desiderio di scappare dalla sala per ritrovarsi in un fumosissimo bar, spinto dalla folla verso il bancone per ordinare una ottima birra e godersela “in santa pace”.

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