Corpo celeste

Un film di Alice Rohrwacher. Con Yle Vianello, Salvatore Cantalupo, Pasqualina Scuncia, Anita Caprioli, Renato Carpentieri. Drammatico, Kids+13, durata 98 min. – Italia 2011. – Cinecittà Luce

Anticlericale. Pure questo. Ormai, se una pellicola annovera nella sua sceneggiatura, fra le altre cose, vicende di Chiesa, è automaticamente anticlericale. O forse, è un termine che va tanto di moda, così irresistibile da non poterne fare a meno. Fatto sta che pure un film – di altra caratura, precisiamolo subito – come Habemus Papam di Nanni Moretti è stato tacciato da qualcuno allo stesso modo. Ed allo stesso modo, Corpo celeste di Alice Rohrwacher è stato presentato a Cannes 2011 in anteprima mondiale. Ben vengano, allora, i film anticlericali, per il cinema italiano: vorrà dire che avranno un certo spessore! A parte la boutade, l’opera prima della regista, sorella d’arte della più nota interprete Alba (che sulla Croisette, ad esempio, c’era già stata), è un buon esordio. Perché? Perché oltre al dato estetico dell’opera, alla storia controversa e intrigante, nel senso di accattivante, ci sono da segnalare degli spunti su cui potersi soffermare a riflettere. E non è poco, visto che i pensatoi collettivi rimasti in giro sono ormai cinema, teatro ed internet. Fra gli ingredienti, sparsi qua e là, c’è la questione dell’emigrazione, anche, anzi soprattutto quella di ritorno, che si avverte per la crisi economica che ha attanagliato l’occidente del mondo. C’è la crisi dei circoli sociali virtuosi come è stato per intere generazioni di italiani – e lo è, in parte ancora, per carità…- il catechismo. E con esso c’è la crisi dei valori della microborghesia, del lavoratore precario, di quelli che una volta erano le classi meno abbienti, che ci tenevano affinché i figli studiassero per potersi fare strada ed invece adesso sperano di più che la prole si trasformi nel tronista o nella velina di turno. Tuttavia Corpo Celeste è un film che ha una sua precisa fisionomia spirituale. Un viaggio fra sacro e profano. Miserevole nel parroco che si muove utilizzando il suo ministero per manovrare preferenze elettorali. Delicato, etereo, quasi celeste, l’iter di crescita umana di un’adolescente che si trova a dover confrontarsi col nulla dei modelli imperanti. La Rohrwacher junior poi, punta molto sull’anatomia dei rapporti umani. Quello fra madre (Anita Caprioli) e figlia (Yle Vianello), fra la ragazzina e le sue coetanee, fra Marta e don Mario (Salvatore Cantalupo). Certo, l’opera manifesta una visione dell’esistente affatto vicina ad un credo positivo, ma è pur vero che la scelta del taglio dato alla pellicola, nel rispetto della libertà di espressione artistica, sia insindacabile. Ci mancherebbe. Più che altro, si parla tanto della location scelta, Reggio Calabria, ma in realtà non è che l’occhio della cinepresa abbia viaggiato molto in giro per la città. Le ambientazioni sono sì il capoluogo reggino ed il paesino aspromontano di Roghudi, ma potrebbe essere qualunque luogo dell’estremo meridione d’Italia. Accenti, suoni, luci e sapori, non sono infatti marcatamente calabri. Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Anna Maria Ortese, Corpo celeste, come si era già ricordato in precedenza, ha partecipato alla kermesse francese nella sezione “Quinzaine des Réalisateurs”, fortemente voluta dal direttore Frederic Boyer. Già citati pure gli interpreti principali (Vianello, Caprioli, Cantalupo) ottimamente diretti e bravi performer, una vera scoperta è invece l’attrice dilettante Pasqualina Scuncia nel ruolo di Santa, un’insegnate. Perché in fondo, ognuno di noi, nel suo piccolo, è…un Corpo celeste.
Edoardo Triboli, http://www.film-review.it, 27 maggio 2011

(…) Per Anna Maria Ortese “corpo celeste, o oggetto del sovramondo, era anche la Terra, una volta sollevato quel cartellino col nome di pianeta Terra”, per l’esordiente 29enne Alice Rohrwacher (sì, è la sorella di Alba) corporea è la dardenniana marcatura su Marta, celeste il voltaggio delle immagini, sprofondate in basso – la diseducazione catechetica (si canta: “Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta”), la parrocchia aziendale e politicamente sensibile (Don Mario è Salvatore Cantalupo), il Crocefisso figurativo – e comunque risollevate da una figura Christi sui generis: Marta, che evangelicamente diremmo piuttosto Maria. Spronata dal produttore Carlo Cresto-Dina (Tickets) e felicemente approdata alla Quinzaine di Cannes 64, la regista ha circoscritto in questa paradossale corporeità celestiale, in questa trascendenza coi piedi per terra tante delle questioni che sfregiano il nostro qui e ora: se il percorso è parabolico, Marta è un satellite comunque indipendente, in moto di rivoluzione rispetto alla massa pesante e asservita di Reggio, e dell’Italia che non cresce. Mentre il catechismo si fa quiz, ma il Crocefisso dev’essere secondo tradizione, Marta è una piccola donna che cresce: il film è lei, e come lei in divenire, fiducioso, e non corruttibile. Con grazia femminile e adolescenziale empatia, la Rohrwacher rispolvera ad hoc la prima persona neorealistica e le affida il compito etico, prima che conoscitivo, di guardare al mondo, e resistervi: in realtà, è questa la Cresima, la Confermazione per cui entrambe si sono preparate.
Federico Pontiggia, http://www.cinematografo.it, 17 maggio 2011

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