Il gioiellino

Un film di Andrea Molaioli. Con Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Lino Guanciale, Fausto Maria Sciarappa. Drammatico, durata 110 min. – Italia, Francia 2011 – Bim

Il gioiellino è un riuscito esempio di nuovo cinema impegnato, degno erede dei Sorrentino e dei Garrone, che, complici i brillanti dialoghi e le intense descrizioni del duo Ludovica Rampoldi-Gabriele Romagnoli, analizza con acume e intelligenza la nostra società raccontandocene il perverso passaggio dal consumismo alla grave crisi, suggellato dalla costante di una comunicazione ingannevole che caratterizza e manipola anche ai giorni nostri il sistema economico, civile e politico della nazione. Toni Servillo si cala magistralmente nei panni di un ragioniere piccolo piccolo, un impiegatuccio meticoloso e un maschio dispotico che cammina col suo corpo lungo come una lancia che punta dritta al cielo, ma finirà invece per affondare nell’abisso. Il suo Ernestino, rabbioso come un cane e solitario come un misantropo, trova qualche attimo di pace solo nelle bollicine pregiate e nei rapporti carnali con le donne sotto tiro mentre arranca dietro la sua scrivania tra conti sempre in rosso, convinto che i soldi si possano “inventare” con momentanei falsi in bilancio e conti fantasma all’estero. Remo Girone è il singolare imprenditore della Leda (alias la Parmalat di cui si censurano giustamente nomi e cognomi ancora in attesa di giudizio) dal volto del premuroso pater familias e dall’aria bonaria di un uomo di provincia ostinato e conservatore che nasconde sotto il manto etico del missionario dai sani valori familiari e religiosi il marciume di sotterfugi e ricatti riprovevoli.
Con audacia s’insinua tra loro la bella Laura (Sarah Felberbaum), che alza la temperatura algida del ragioniere impenetrabile e s’infila, come i suoi parenti, nell’organigramma dell’azienda con un master in bella mostra. Notevole l’interpretazione di Lino Guanciale nei panni del personaggio più difficile del film, quello del fragile Magnaghi, rampollo della Bocconi combattuto inesorabilmente tra il senso della giustizia impartito dal padre e quello della lealtà imparata sul lavoro.
A metà tra un crime movie e un thriller, il film di Andrea Molaioli, come l’incantevole esordio La ragazza del lago, è un’opera cupa in cui i personaggi si muovono come fantasmi di se stessi e si dirigono lungo una strada fatta di drammi e miserie. Nel lungo flashback centrale, malgrado Molaioli abbia anticipato allo spettatore un finale amaro e nichilistico, che rimbomberà nella sua memoria come il rumore iniziale degli scavi nel giardino – elegante e bellissima citazione dell’incipit del film Il caso Mattei – il regista riesce a tracciare una parabola intensa e carica di tensione. Anche stavolta nel descrivere i suoi protagonisti e le tristi vicende in cui sono coinvolti c’è un’implacabile distanza, ma contribuisce all’impatto emotivo quel devastante fondo nero esaltato sullo schermo dalla fotografia plumbea dell’impeccabile Luca Bigazzi e dalla straordinaria commistione degli archi, dei violini e del rock melodico di Teho Teardo. Il gioiellino ci trascina nell’inferno color latte delle sue ombre, lo stesso che gli verrà versato contro dagli scioperanti nell’incredibile finale dostoevskiano. Il rosso della Russia, citata a più riprese con sottigliezza, ferocia e qualche insistenza, incombe nel segno della passione per il potere e il denaro, ma il film fa riflettere lo spettatore come la più atroce delle ballate nere capaci di equilibrare scientemente l’indagine di cronaca e la detection dell’anima. Una ragione più che valida per potersi affermare come un “gioiellino” del cinema italiano giovane, che cerca spazio tra gli spettatori stanchi delle solite commedie strapparisate.
Angela Cinicolo, http://www.movieplayer.it, 2 marzo 2011

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