L’altra verità

Un film di Ken Loach. Con Mark Womack, Andrea Lowe, John Bishop, Geoff Bell, Jack Fortune. Titolo originale Route Irish Drammatico, durata 109 min. – Gran Bretagna, Francia, Italia, Belgio, Spagna 2010. – Bim

Dopo Il mio amico Eric, il regista britannico torna a parlare di temi piuttosto scottanti. Nel caso specifico, trattasi anche di una questione tutt’altro che risolta, quindi di assoluta attualità. Non necessita affatto alcuna ardita speculazione per inquadrare L’altra verità come un film di denuncia, aspetto per niente taciuto e su cui poggia l’intero apparato narrativo. A dispetto di ciò che si potrebbe pensare, però, la critica approntata ai danni dell’ultima guerra in Iraq non è di natura prettamente politica. È chiaro, trattasi di questioni che, in ultima istanza, vanno affrontati dalla politica. Anziché però puntare il dito sui “soliti noti”, in relazione ai motivi che hanno spinto ad intraprendere questa guerra, Loach si sofferma su un altro aspetto, per certi versi complementare. La critica non è rivolta a questa guerra nello specifico, bensì all’infame circolo vizioso che trae linfa vitale da contesti di estrema instabilità come la situazione in Medio Oriente.
Ad iniziarci a questo viaggio, nei meandri di un mondo che i più sconoscono, sono Fergus e Frankie, due amici inseparabili dall’età di cinque anni. Insieme hanno condiviso di tutto e di più, instaurando un rapporto d’amicizia che il tempo non ha fatto altro che impreziosire anziché logorare. Da giovani sognano di girare il mondo, ed è ciò che Fergus riuscirà a fare entrando nelle fila delle forze speciali inglesi, il SAS. Il tempo passa, finché nel 2004 Fergus fa la proposta al suo amico di una vita: unisciti alla mia squadra per un’operazione a Baghdad. Frankie è un ex-parà, e Fergus, dopo anni di “dipendenza”, decide di mettersi in proprio aprendo un’attività di “consulenza”. Cosa si cela dietro quest’ultime virgolette è un po’ la raison d’être di questa pellicola. Oggi la guerra, a differenza di quanto si possa pensare, non è più un affare esclusivamente di stato/i. Esistono società private a cui viene deliberatamente concessa la possibilità di intervenire nella maggior parte delle zone calde del pianeta, o almeno… in quelle da cui si può trarre profitto, quale che sia la sua natura. Sono quelli che un tempo venivano chiamati mercenari, termine che oggi ha assunto una connotazione decisamente negativa. Altri, con un tono più “professionale”, li chiamano contractor. A ben vedere, quest’ultima definizione calza a pennello. Questa gente non opera in base a ideali più o meno nobili quanto discutibili, nient’affatto. Si tratta di compagnie a caccia di contratti, stipulati con governi e multinazionali che possono permettersi il loro esoso cachet. Dove c’è guerra ci sono loro, in un mondo dove la sofferenza è praticamente soggetta a gara d’appalto. Tornando alla proposta di Fergus, Frankie, dopo un primo momento di esitazione, decide di imbarcarsi in questa sciagurata spedizione: diecimila stelline esentasse rappresentano un incentivo più che soddisfacente. Tuttavia, inutile negarlo, è sempre quel ferreo legame d’amicizia ad aver influito in maniera preponderante. La gioia di pochi istanti sarà nulla in confronto al vortice di dolore che travolgerà tale rapporto. Qualcosa, non si sa bene cosa, va storto. Frankie perde la vita sulla Route Irish, nota per essere considerata la “via più pericolosa del mondo”. E’ qui che qualcosa s’inceppa. Fergus dubita di tutto e di tutti, non riuscendo a darsi pace per la morte del suo miglior amico. Di mezzo c’è anche la donna di Frankie, Rachel, anch’essa distrutta dal dolore. Il meccanismo che si viene ad innescare è diabolico. Il nostro protagonista, oramai rimasto solo, vuole la verità, costi quel che costi!
Tale predisposizione, però, non inganni nessuno. L’azione non manca, ma non è certo l’impatto visivo ciò a cui tende il film. Loach vuole colpirci per vie traverse, lasciando che la violenza traspaia dall’assurdo scenario a cui assistiamo. A toccarci non sono tanto le immagini, quanto la mole di informazioni a cui veniamo sottoposti, e Fergus con noi. E’ un tipo di violenza più subdola, che fa più male di una serie di pugni nello stomaco o, al peggio, una pallottola nella nuca. La “passività” che di solito contraddistingue la fruizione filmica (o letteraria), si trasforma qui in quel mostro abominevole che è l’impotenza. Quella che frantuma lo schermo irrompendo nella nostra realtà. E noi lì a domandarci quale e dove sia il confine tra quest’ultima e la finzione. Ma quale sia realmente la verità, lasciamo che sia il film a svelarvelo. Tuttavia ci sembra opportuno evidenziare come, una volta tanto, il titolo italiano risulti efficace, forse anche più dell’originale. Sì perché la verità per cui Fergus è disposto a dannarsi l’anima non è necessariamente quella a cui anela immediatamente, mosso dal rancore e con la vista annebbiata dal dolore. La verità che cerca di mostrare il lavoro di Loach è l’altra, per l’appunto. Quella di un mondo in perenne stato di confusione, tale da indurre ad una continua sofferenza. Il tutto, confezionato senza traccia di apparenti banalità. Scadere nelle facili sentenze era un rischio, a nostro parere scongiurato da chi di dovere. E al di là dei messaggi più immediati che filtrano, ci pare che in fondo ce ne’è un po’ per tutti. Senza giustificazioni, eppure con qualche fondata attenuante. Che la guerra, quale che sia, fosse redditizia non è certo una novità. E’ provare ad indagare da vicino per chi lo è che rappresenta una sfida. Il regista britannico, a suo modo, tenta di aprire uno squarcio su quella verità che noi stentiamo a scorgere, e non sempre per colpa nostra. Quella verità che è “altra” solo per Fergus, ma che, in quanto tale, è unica. “Basta” solo ricercarla. E hai detto nulla…
Antonio, http://www.cineblog.it, 19 aprile 2011

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