La moglie del soldato

Un film di Neil Jordan. Con Forest Whitaker, Stephen Rea, Miranda Richardson, Jaye Davidson. Titolo originale The Crying Game. Drammatico, durata 112 min. – Gran Bretagna 1992.

A Fergus, carceriere gentile, Jody racconta l’apologo dello scorpione che, non sapendo nuotare, convince una rana a traghettarlo al di là di un ruscello. A metà del guado, senza motivo, la punge a morte. Alla rana, stupefatta, resta giusto il tempo di chiedergli perché mai abbia fatto una cosa tanto dissennata. Ora morirà egli stesso, annegato. E lui: «Perché è la mia natura». Questa è la domanda che dà senso a La moglie del soldato (The Crying Game il gioco del pianto): davvero l’odio è nella natura degli uomini? Prima ancora che con le parole esplicite di Jody, Neil Jordan la pone, questa domanda, con le immagini della prima parte del film, splendida e sconvolgente. Catturato con un inganno, Jody viene tenuto legato a una sedia. Un cappuccio nero gli impedisce di vedere i suoi carcerieri. Sa che lo uccideranno: ne conosce la natura, appunto. Come lui si dichiarano soldati (sono attivisti dell’IRA). Più di lui, però, sono fanatici: le loro individualità sono poste al servizio di una causa. Meglio ancora: le loro individualità si perdono e si annullano nella causa. Il loro odio è fondato e “giustificato” sulla base di quell’amore terribile e sanguinario che conosce solo le ragioni dell’assoluto e dell’universale. Le altre, quelle del contingente e dell’individuale, sono per loro il male supremo, il peccato da cui purificarsi.
A cosa serve il cappuccio nero di Jody? Se suo compito fosse davvero di non lasciargli vedere i volti dei suoi aguzzini, perché non gli viene tolto, quando ormai la sua sorte è segnata? Quel cappuccio non deve nascondere loro a lui ma lui a loro. Gli innamorati dell’assoluto e dell’universale si difendono dai pericolo del contingente e dell’individuale negandolo, oscurandolo, censurandolo. A questo sono costretti, come scorpioni stupidi, assassini e suicidi. A Jordan, d’altra parte, più che la psicologia o la sociologia del fanatismo interessa quella tal domanda dell’apologo: nella natura degli uomini c’è solo odio? La risposta è già tutta nel suo cinema. Da In compagnia dei lupi (1984) a Mona Lisa (1986), è proprio il contrario che esprime e indaga. Nel primo – la cui trama è ottenuta sommando luoghi e situazioni fiabesche – descrive la vittoria di un eros gioioso e vitale contro le angosce sterili della cattiva coscienza. Nel secondo – storia dell’amore impossibile di un brutto anatroccolo, un gangster di serie b, per una splendida prostituta pronta a tradirlo -, racconta dell’autonomia del sentimento, e di come riesca a sopravvivere alla prova della realtà fuggendo nell’immaginario e nel gioco della creatività. Fergus non è uno scorpione. Dopo aver scelto di guardare in faccia il suo prigioniero, gli si apre un universo intero: quello della individualità irripetibile di Jody (di tutti i Jody del mondo). Quell’universo egli ha comunque collaborato a distruggere, in nome del fanatismo: dunque, tenta di mantenerne in vita almeno una parte, quella dell’amore di Jody per Jaye. Qui La moglie del soldato cambia stile narrativo: non più statico confronto di caratteri in un luogo chiuso, ma incalzante racconto di una seduzione reciproca. Jordan racconta l’eros, e lo fa con un’intensità che non ha bisogno di alzare la voce. È difficile non restare presi, anche noi, nel gioco dell’innamoramento. Anche noi, dunque, inciampiamo nello scandalo in cui inciampa Fergus. Mostrando il corpo ambiguo di Jaye, Jordan fa il miracolo tutto cinematografico di conservare lieve e commovente quello che altri – con occhi meno sensibili ed eleganti avrebbero reso volgare. Fergus non può amare Jaye dell’amore più facile. L’eros non lo sorregge più, nel suo tentativo di non lasciar sprofondare del tutto l’universo di Jody. Ora, la sua natura viene messa alla prova: dovrà amare nonostante l’eros, dovrà arrivare all’individualità di Jaye nonostante il desiderio. Il film, qui, muta ancora registro – e, ancora, non si tratta di un difetto -, assumendo il ritmo concitato dell’azione e della tensione. Sembra che Jordan voglia esplorare i luoghi più diversi del linguaggio cinematografico, mantenendo fede al proprio intento: girare un grande film sulla possibilità dell’amore. La moglie del soldato ha un happy end. Niente di superficiale, niente di semplicistico: è invece la risposta che la coraggiosa speranza di Jordan dà alla domanda posta dal film, suscitata dall’apologo raccontato da Jody. Nella natura degli uomini c’è anche l’amore, non solo l’odio. Nella natura di pochi? Nell’ultima inquadratura – nel parlatorio di una prigione -, l’obiettivo parte da un dialogo serrato, dolce e “innamorato” tra Jody e Jaye. Poi arretra, il campo si allarga: una moltitudine di uomini e di donne sta facendo come loro.
Roberto Escobar, Il Sole-24 Ore

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