L’appartamento

Un film di Billy Wilder. Con Shirley MacLaine, Jack Lemmon, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen. Titolo originale The Apartment. Commedia, b/n durata 125 min. – USA 1960.

Vi strizzo l’occhio. Per il film di Billy Wilder L’appartamento, già. Voi, lettori appartenenti al mio sesso (e che sesso, ce ne poteva capitare uno più difficile, inquieto, obbligante?), passatevi una mano sulla coscienza, in fatto d’amore clandestino, e pentitevi. Chi non ha avuto o non ha, foss’anche in prestito, un accogliente rifugio nel quale sospingere, con le più belle parole del mondo, o con la gola chiusa dall’emozione e dalla paura, una tale? È ricco di nomignoli, per il maschio latino, l’«appartamento». Buen retiro, piedatterra, garsonnière, e via dicendo; un mio cinico amico fiorentino, l’umorista Z., lo battezzò addirittura «scannatoio». Ne aveva uno in via Brera, a Milano; vi portò una facile bruttona conosciuta in filobus (all’avventura non si guarda in bocca, soleva affermare Z.), ma la ragazza era scaltra e turbolenta, si fece sposare e, in definitiva, lo scannato fu lui. Che tempi. Che gioventù. (…)
Chi è J. D. Sheldrake? Un formidabile ipocrita (ammogliato e padre, ovviamente) che fa strage delle impiegate giovani e belle: ne ha prese e abbandonate a mucchi: la più recente è Fran che però lo ama e non ha voluto nulla in cambio. Storia comunissima: lui ha in villeggiatura i suoi, perciò quel fuoco di paglia si eleva ad altezze supreme; poi torna la famiglia, tutto si riduce a qualche ora di cinigia nella gammnière di Cicci-bello… dove lei, non reggendo allo sconforto, s’avvelena coi barbiturici. Baxter e il coinquilino medico la salvano; con l’ortica nell’animo, il fedele impiegato riesce a non mettere negli impicci Sheldrake. Ci guadagna il prezioso incarico di segretario: ma, essendosi la Kubelik, nei languori della convalescenza, smemorata in un tenero idillio con lui, c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole. «Voglio diventare un essere umano», dice Baxter all’onnipotente direttore generale, e si dimette. Invano Sheldrake, accingendosi al divorzio, promette le nozze a Fran; la ragazza si è schiusa, al tepore di Cicci-bello, come un garofano; e a Cicci-bello si vota (un affare: perché uomini simili, qualora esistano davvero, nascono mariti come un grillo nasce grillo da un grillo per generare immutabili grilli).
Bene. Un film per due terzi graffiante, ironico, libellistico; ma viziato, nell’epilogo, dalla necessità di concludere alla maniera di Hollywood, ossia con l’inevitabile nulla di fatto individuale e sociale. Peccato. Quanto mi sarebbe piaciuta una rivolta di Cicci-bello che, servendosi dell’«appartamento», suscitasse il Quarantotto nelle alte sfere della Insurance-Company! Ma non sarà un untore come Billy Wilder a spiantare la classe dirigente americana. Pazienza. Avremo anche nel 3000 panciuti e calvi e abietti signori che, additandosi il Cicci-bello snaturato dai loro metodi, bisbiglieranno: «Come si permette di alzare la cresta? Noi lo abbiamo fatto e noi possiamo annientarlo». Anche nel 3000 il sacrosanto lavoro non caverà, da solo, un ragno dal buco. L’autentico grimaldello del successo, non dubitate, sarà anche allora viscido e innominabile. E a noi che ce ne importa, adesso? L’appartamento è spassoso e noi spassiamoci. Ridiamo su quegli immensi uffici, su quelle enormi spianate di tavoli qua e là interrotte dalle gabbie di cristallo dei graduati, su quegli alveari di spine telefoniche nei «centralini» azionati da sinuose verginelle che si domandano, è probabile, se avranno la buona ventura di essere notate, nell’ascensore, da mister Sheldrake. Ridiamo. È uno zucchero miss Kubelik quando mormora: «Non ho fortuna. La prima volta che mi baciarono, fu in un cimitero. Così, non potevo imbattermi che in un piglione. La gente si divide in due categorie: quella che piglia e quella che è pigliata». Ciccibello, frattanto, adopera una racchetta da tennis per scolare gli spaghetti; ha un fremito e dice: «Qui a New-York non sono che un Robinson, un naufrago sulle rive di otto milioni di persone. Ma ora ho visto un’ombra sulla sabbia, Fran, ed è lei».
Comico o patetico, il dialogo ha finezze irreperibili nei film italiani (per esempio godetevi Baxter che dice alla donnaccia con la quale rincasa la notte di Natale: «Badi. Lei è sola con un famoso ipersessuale»). Una regia limpida, arguta, elegante. Jack Lemmon e Shirley MacLaine sono gli impareggiabili Cicci-bello e Fran Kubelik. Ah la faccia di Lemmon quando il medico tiene sveglia Fran a schiaffoni! Il suo mondo USA, imperniato sulla intoccabilità delle femmine, vacilla, ruzzola, batte sul fondo e sta. J. D. Sheldrake è l’annoso, incorruttibile Fred Mac Murray. La vecchia guardia cinematografica non muore, s’arrende alle partitine sgradevoli e paga così, finché vive, le tasse arretrate.
Giuseppe Marotta, Facce dispari, Milano, Bompiani, 1963

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