Non per soldi… ma per denaro

Un film di Billy Wilder. Con Jack Lemmon, Harry Davis, Judi West, Walter Matthau. Titolo originale The Fortune Cookie. Commedia, b/n durata 125 min. – USA 1966.

Il conflitto fra l’innocenza e l’inganno non è che una variante del conflitto tra lecito e illecito, tra chiaro e scuro, tra legge e crimine, tra raggiro e disvelamento, che scorrono per tutta la produzione di Wilder, e che trovano una compiuta esplicitazione in film come The Major and the Minor, The Fortune Cookie, Avanti! e The Front Page. D’altra, parte l’innocenza e l’inganno non sono altro che gli “ingredienti della truffa”, le condizioni di base su cui si regge la truffa in quanto mascheramento e simulazione di una “verità innocente”, dunque senza aggettivi. Ebbene, il dato comune che apparenta questi quattro film è dato dal “balletto” dell’innocenza e dell’inganno, dalle ostili e sfumate relazioni che li saldano assieme e ne esplorano la continuità nel magma indistricabile della truffa (che è il sipario dietro il quale l’innocenza e l’inganno si scambiano le parti e diventano irriconoscibili, indistinguibili, pure variazioni di una sostanziale equipotenzialità dell’accesso al desiderio e alle mitologie della cultura; accorgimenti che accompagnano il raggiro come uno degli elementi portanti dell’affermazione del soggetto di fronte ai condizionamenti della società).
Ed è ovvio che quando i condizionamenti e gli sbarramenti distinguono e oppongono, spezzano in due la continuità del lecito e dell’illecito giocata su una sottile impalpabile frontiera, dividendola in due blocchi contrapposti e sdoppiando la poliformità del soggetto in caratteri fissi (l’innocente e il truffatore) – che sono i caratteri su cui si gioca la commedia e la messa in scena della contaminazione –, allora soltanto il ricorso alla corruzione e alla fagocitazione dell’altro possono ristabilire quella sostanziale parità tra lecito e illecito che si trova mescolata nel desiderio e nelle pulsioni del soggetto.
Così la messa in scena procede mettendo a confronto i caratteri fissi dell’ingenuo e del truffatore per oltraggiarli e contaminarli; per farne i veicoli di una insostenibile esclusione e separatezza che appartengono al codice della cultura e della legge, ma non alla sfera ondulata del soggetto. The Fortune Cookie esemplifica questa spartizione del mondo tra innocenti e truffatori, e mette in scena proprio la continuità delle attrazioni e delle metamorfosi, la realtà di una corruzione che riaccosta gli opposti nel “piacere del crimine” e dell’illecito, nelle infrazioni della legge e del codice morale. C’è una sequenza significativa all’inizio del film che “certifica” questa continuità tra illegalità e truffa, tra simulazione e verità, e che indica quanto e come questi valori morali facciano ormai parte di quella schiera di feticci inagibili, tanto più inefficaci quanto più apparentemente dominanti. Willy Gingrich (un Walter Matthau in gran forma) ruba dalla cassettina delle offerte per le ragazze madri il nichelino che egli stesso aveva donato, semplicemente perché ne ha bisogno per fare una telefonata. Questo atteggiamento è caratteristico del ritratto che Wilder sbozza dell’uomo di legge, o dell’assicuratore o del tutore dell’ordine, che prende alla lettera la pura convenzionalità del lecito o la convenienza dell’illecito, a seconda che l’uno o l’altro si rivelino come la strada migliore da battere secondo le opportunità, gli interessi e le circostanze.
Tutto il “sapere”e il “potere” di questi professionisti può servire, dunque, all’occorrenza, a truffare o a fare un lavoro pulito; e l’intrecciarsi di queste eventualità, di queste possibilità aperte, è la molla che regge la “filosofia” di Wilder e il suo cinema, è il suo modo di restituire alla società americana l’immagine di una maniera di vivere e di sentire agganciata dai miti e dalle coperture dell’ideologia o della morale: sganciata cioè dalla maschera che cela il travestimento sempre possibile attraverso cui passano le realizzazioni del desiderio o dei bisogni. The Fortune Cookie illumina questo universo dello scambio interrotto tra onestà e corruzione, tra intelligenza e truffa, tra piacere del gioco e piacere del crimine, come presa alla lettera della realtà su cui si fonda una società che usa le censure come moderazione di conflitti troppo forti, e che salvaguarda il potere di chi gioca con carte truccate alla perfezione. L’innocenza e l’inganno si distribuiscono equamente mediante opportuni accorgimenti e falsificazioni nella lotta per il denaro e il successo che muove tutti i personaggi di questo film: Willy Gingrich, che persegue con lucidità e astuzia legalistica il suo piano (consistente nel truffare l’assicurazione costringendo il cognato a fingersi paralitico dopo un banale incidente); Harry Hinkle (Jack Lemmon), che è manipolato e sta al gioco, perché nel frattempo anche lui sta truffando se stesso (non solo inganna l’amico “Boom-Boom” Jackson, che ha involontariamente provocato il leggero incidente, ma si illude di recuperare la moglie con la commedia dell’invalidità e il miraggio della ricchezza che ne deriverà); gli avvocati dell’assicurazione che colpiscono sotto la cintura assoldando un detective privato dotato di cineprese e microfoni per provare la simulazione di Harry; la moglie di Harry, che mangia la foglia e truffa il marito per ottenere il denaro e tornare a cantare.
Infine, la truffa finale, truffa dell’ambiguità, dal momento che Harry decide di “cedere” perché disgustato da questo mostruoso raggiro che si ritorce contro di lui (e che coinvolge e mescola troppi personaggi e troppe situazioni, troppi interessi incontrollabili da cui non potrà cavare niente di buono; o, meglio, da cui non otterrà l’unica cosa che desidera: l’amore della moglie). Per cui la “reazione” di Harry Hinkle non è motivata dal “fascino dell’innocenza”e dell’onestà, ma dall’impotenza a governare la truffa di cui è comprimario, e che gli ha fatto sprecare inutilmente energie e illusioni. Allora, la scelta finale è una scelta difensiva, e la partita con l’amico Jackson nello stadio deserto non ha altro significato se non quello del rifugio nel cantuccio di un gioco “innocente” che salda due uomini soli, delusi dal loro fallimento; due uomini che hanno già perduto la loro partita di fronte al pubblico (la società) e che regrediscono a giocare come bambini non proprio innocenti.
Maurizio Grande, Billy Wilder, Moizzi Editore, Milano 1978

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