Viale del tramonto

Un film di Billy Wilder. Con William Holden, Gloria Swanson, Erich von Stroheim, Nancy Olson, Fred Clark., Buster Keaton, Cecil B. De Mille, Titolo originale Sunset Boulevard. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 110 min. – USA 1950.

Uno degli errori che si commettono nel giudicare il cinema americano è di ritenerlo esaurito. Succede poi che un film come Viale del tramonto ne attesta non solo la vitalità, ma il progredire del gusto, la libertà da certi pregiudizi correnti. Viale del tramonto è la storia di una vecchia diva del cinema muto che non sa rassegnarsi all’oblio e che attraverso il suo ultimo amore arriva all’omicidio e alla follia. Si direbbe niente di più di un film ispirato alla cronaca, se questa cronaca invece di respingere non affascinasse per un suo senso segreto di allegoria, se non toccasse la tragedia nobilmente. È una tragedia dei nostri giorni, con eroi in pantofole (la protagonista è una Didone dei quartieri alti), ma con quanta pietà questi eroi sono visti e raccontati! Siamo al trionfo dell’intelligenza, non dell’estro, al prodotto di una rara capacità di osservazione e di giudizio. Billy Wilder e Charles Brackett, sceneggiatori (e il primo anche regista) di Viale del tramonto, non si impongono a prima vista come autori di eccezionali mezzi. Le storie del cinema li ignorano quasi, quando non li mettono, magari col nome sbagliato, nella lista dei “commerciali”. Presso i critici non hanno migliore fortuna. Billy Wilder e Charles Brackett non sono infatti dei “poeti” nél senso che solitamente si dà a questa parola negli studi; vogliamo dire che non giocano con il cinematografo, non ne fanno una fonte di soddisfazione estetica, non tirano a meravigliare e soprattutto non fanno propaganda. Fanno dei film. Qualcuno mediocre, altri buoni, due ne hanno fatti stupendi. Il primo era Giorni perduti (1945) e l’altro è questo, interpretato da Gloria Swanson e da Eric von Stroheim. Davanti a film di tale forza, lo spettatore ha la sensazione che il cinema non sia uno spaccio polemico, un prontuario poliziesco e sentimentale, ma un’arte. Tuttavia, ripetiamo questa sensazione non si ha a prima vista, perché i due amici scrivono e dirigono in prosa, in uno stile semplice, che rasenta l’anonimo. E amano i loro personaggi e le loro storie al punto di studiarseli con calma, di riviverli. Le qualità dei due autori sono dunque di un ordine poco appariscente, che si amano però maggiormente quando si capiscono: la reticenza, l’incisività, l’humour: le qualità dei buoni narratori. Viale del tramonto ha difatti l’impianto e i personaggi di un romanzo, le sue pause e le sue riprese. Fate pure i nomi di Graham Greene, se volete, o di Evelyn Waugh e ricordate la appassionata logica del primo e la disperata satira del secondo. (O è forse meglio lasciare ad ognuno i suoi meriti e convenire che tra la macchina da presa e lo schermo c’è più filosofia di quanto non si crede?) In questa cronaca di omicidio, Billy Wilder e Charles Brackett hanno scoperto un “mondo perduto”, il mondo degli attori che vivono melanconicamente fuori della ribalta. Nella loro immaginazione questa ribalta è tuttavia pronta a riceverli e ad applaudirli come una volta. Niente è più duro a morire di un sopravvissuto, e niente, in un mondo che apprezza soltanto la fama quotidiana, è più vano della fama trascorsa. La lotta che l’attrice tramontata inizia contro se stessa, non può finire che con la tragedia. Ora, ciò che ammiriamo maggiormente nel film di Wilder è l’asprezza dell’azione, quel marciare appunto verso la tragedia senza sfiorare il melodramma. Mai un tentativo di adattarsi al gusto corrente, al dolorismo, al sentimentalismo cinematografico, ma un racconto penoso e umoristico, come del resto è la vita stessa, specie la vita dei grandi eroi superati. Si possono contare a decine i punti toccati con una commovente ironia in questo film: il seppellimento della scimmia, la festa di capodanno in casa della diva, la passeggiata in automobile, la visita agli studi Paramount e soprattutto (ma qui bisogna sottolineare l’interpretazione di Gloria Swanson, che ritorna davvero da grandissima attrice), la sua imitazione di Charlot, il tentativo di suicidio, l’ultima scena della follia. Pensiamo che non si possa vivere, o rivivere, più intensamente un personaggio. Attenzione, poi, a von Stroheim. Wilder non poteva fare una scelta migliore, perché ha scelto, non sappiamo se involontariamente, il suo maestro. In questo mischiare la realtà alla finzione, in questo mettere nei panni di due “tramontati” due grandi che sembrarono davvero aver detta l’ultima loro parola, c’è un giuoco che va oltre l’ironia, e si avvicina invece alla ammirazione e all’affetto: ed anche per ciò il film acquista merito ai nostri occhi.
Ennio Flaiano, Il Mondo, n. 11, 17 marzo 1951

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