Il primo incarico

Un film di Giorgia Cecere. Con Isabella Ragonese, Francesco Chiarello, Alberto Boll, Miriana Protopapa, Rita Schirinzi. Drammatico, Kids+13, durata 90 min. – Italia 2010. – Teodora Film

Si sente la polvere della terra in Il primo incarico. Proprio come in uno dei più bei film di Placido regista, Del perduto amore che, coincidenza, aveva come protagonista una maestra negli anni ’50. Lì però prendeva forma il rosso fuoco della politica, il binomio passione-morte. Qui invece c’è lo spazio dell’attesa con la protagonista Nena sospesa tra passato e presente. Il primo incarico mette a fuoco il vuoto che la ragazza ha di fronte. Anche quando si trova vicino ad altri personaggi, sembra che non ci sia nulla davanti a lei. Questo forse avviene perché la regista Giorgia Cecere (già assistente per Amelio e sceneggiatrice per Winspeare in Sangue vivo e Il miracolo) segue soprattutto le traiettorie di Isabella Ragonese a contatto con lo spazio e gli altri corpi. L’attrice ormai ha una maturità tale da essere capace di trainare un film quasi come sguardo soggettivo, con il paesino della Puglia che viene visto come filtrato attraverso i suoi occhi. C’è un corpo assente pur nella sua continua presenza e questo si può vedere, per esempio, nella scena della cena dove nessuno parla. Ma anche perché Il primo incarico riesce a mostrare una ribellione non fatta di scene madri ma di piccoli accumuli, di sguardi contrari, di negazioni (il momento in cui Nena chiede all’uomo che poi diventerà suo marito di non sedersi sul letto, come se avesse violato quel suo spazio intimo). Non solo la terra, ma anche l’aria. La festa col ballo, la passeggiata con gli alunni nei boschi mostra come Il primo incarico abbia insieme la voglia e la necessità di respirare, di far avventire i rumori dello spazio circostante, ma al tempo stesso di recuperare la propria passionalità attraverso un desiderio che è così sfuggente che rischia di trasformarsi in memoria. Ed è così che il film è insieme decadente e fisico, le immagini con la famiglia e l’uomo che ama appaiono subito lontane anche se Nena le sta vivendo in quell’istante, come quei ‘sogni perduti’ dello straordinario Il compleanno di Filiberti. Nelle lezioni in classe c’è invece quella consistenza quasi materica di Zhang Yimou. La maestra di Il primo incarico come quella di Non uno di meno: tracce della stessa tensione come quella di un alunno che, anche se brevemente, scompare e quel paesaggio così ripetitivo muta per un attimo in qualcos’altro. Un gran bel film quello di Giorgia Cecere, che fa sentire il cuore della Puglia come Winspeare e Rubini e, grazie anche alla bravura della Ragonese, realizza uno dei recenti migliori ritratti femminili che non va mai sopra le righe e che non corre il rischio di essere compiaciuto.
Simone Emiliani, 07 maggio 2011, http://www.sentieriselvaggi.it

“L’origine del film è quella della storia vera tra mio padre e mia madre. Un’ispirazione emotiva che ho voluto lasciarsi riverberare, chiusa nel mio inconscio, sebbene, alla fine, le cose più romanzesche che si vedono nel film sono quelle realmente accadute.” Spiega la regista Giorgia Cecere “Il senso del film mi è sempre stato chiaro: un po’ metaforicamente il primo incarico della nostra vita è scoprire che cosa vogliamo davvero dalla vita e qual è il desiderio del nostro cuore. E’ un film che racconta come, alle volte, pensiamo di potere morire per un sentimento e come, poi, stupiti, scopriamo che questo si è dissolto. La crudeltà e bellezza della vita è che ci può sorprendere sempre. I luoghi dove è ambientata la storia sono quelli dove si sono svolti davvero i fatti”. La regista aggiunge: “Non volevo seguire un approccio sociologico. Ai miei occhi, il cinema coincide con la scoperta della libertà. Per me era importante costruire un film che consentisse di guardare da un altrove il nostro presente che spesso ci impedisce di accorgerci di dove siamo. C’era un tempo in cui anche in condizioni maschiliste, in cui la femminilità chiedeva più audacia. Oggi il maschilismo è più pervasivo e subdolo. Il coraggio morale delle donne è qualcosa che non dobbiamo dimenticare e di cui dobbiamo continuare ad avvalerci sempre. Per me era importante raccontare una storia che non invecchiasse né come tema, né come ispirazione per il suo grande investimento emotivo”.
Intervista di Marco Spagnoli, 06 maggio 2011, http://www.primissima.it

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