Ospiti

Un film di Matteo Garrone. Con Corrado Sassi, Pasqualino Mura, Julian Sota, Llazar Sota. Drammatico, durata 78 min. – Italia 1998.

Roma, estate, quartiere Parioli. Gherti (Julian Sota) e Gheni (Llazar Sota), due giovani cugini albanesi, lavorano in un ristorante rispettivamente come cameriere e lavapiatti. Un giorno si presenta al ristorante un certo Corrado (Corrado Sassi), fotografo balbuziente intenzionato ad allestire una mostra nel locale. Il proprietario del ristorante si dice disponibile a farla dopo l’estate, ma nel frattempo gli domanda se conosce qualcuno disposto ad affittare una stanza ai due giovani albanesi. Il ragazzo si offre di ospitarli provvisoriamente a casa sua e col passare dei giorni fa amicizia con Gheni, mentre Gherti diventa amico di Salvatore (Pasqualino Mura), ex portiere del palazzo di Corrado con moglie psicolabile a carico.
Dalla trama sembrerebbe un film a tesi sulla difficile e penosa condizione degli immigrati in Italia, con le collaudate antinomie sociologiche (benessere degli italiani/sfruttamento degli extracomunitari) e le conseguenti ripercussioni moralistiche (indignazione, compassione e solidarietà). Al contrario, il secondo lungometraggio di Matteo Garrone (in realtà può essere considerato il primo, dal momento che Terra di mezzo risultava dall’accorpamento di tre cortometraggi) evita agilmente i percorsi canonici e si dedica pazientemente alla costruzione di caratteri e dinamiche relazionali di assoluta originalità. Il racconto procede per derive progressive, muovendo dal pedinamento di Gherti e Gheni per concentrarsi successivamente sulle figure dello stralunatissimo Corrado e dello sconsolato Salvatore: quattro sradicati che tirano a campare come meglio possono.
Ed è proprio il modo in cui sono rappresentati i personaggi a farne dei soggetti non riconducibili a schemi sociologici e psicologici precostituiti: sempre in bilico tra copione e improvvisazione, la recitazione si colora di sfumature profondamente personali e la messa in scena, tutta giocata sull’osservazione particolareggiata delle situazioni, esalta l’unicità dei momenti filmati (spesso si ha l’impressione che le riprese siano letteralmente “rapinate”). Ne scaturiscono quattro personaggi contraddistinti dalla volubilità, dall’irritabilità, dall’ingenuità e dalla caparbietà: non tanto nel senso che uno è volubile, uno irritabile e via dicendo, ma nel più esatto e premuroso rispetto della variabilità individuale di fronte alle circostanze. Paradossalmente, è questo stesso trattamento personalizzante e improvvisato (quindi irripetibile) dei personaggi a universalizzarli: cosa c’è di più universale della mutevolezza? Inoltre, regalo cinematografico più generoso, Garrone dona ai suoi personaggi la titolarità dello sguardo: schiacciati dal contesto e ridicolizzati dall’arroganza dilagante, sono loro che possono affacciarsi sul mondo e osservarlo direttamente. La libertà negata loro umanamente è compensata filmicamente da soggettive colme di malinconia, comprensione e solarità. Sguardi emozionanti.
Già in pieno possesso della giusta distanza dagli attori e perfettamente sintonizzato con le situazioni descritte, Garrone utilizza la macchina a mano con una sensibilità stetoscopica, captando le vibrazioni più sottili e volatili di ciò che si produce davanti alla lente della cinepresa. Come nel successivo Estate romana e nel recente Gomorra, lo sguardo del giovane regista romano (classe 1968) si immerge nelle vicende rappresentate senza annullarsi del tutto: un galleggiamento nell’intensità delle cose che solo superficialmente potrebbe essere scambiato per verismo o semidocumentarismo. Si tratta di una qualità irriducibile a qualsiasi corrente o impronta estetica presente e passata, una qualità che unisce adesione, distanza e rispetto (anche quando questo si traduce in crudeltà). Come al solito dalla seriosità delle mie parole sembra che Ospiti sia un film di una drammaticità insostenibile. Ebbene, è tutto il contrario o quasi: se è vero che non mancano momenti gravi, il registro del film è incredibilmente divertente e divertito, soprattutto grazie alla prova balbettante dell’impacciatissimo Corrado Sassi, che raggiunge l’apice della comicità nel racconto fatto a Gheni di un amplesso inopportunamente disturbato dalle leccate di un cane. Un piccolo gioiello di libertà leggera e lancinante. Musiche icastiche della Banda Osiris.
Alessandro Baratti http://www.spietati.it

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