Travaux – lavori in casa

Un film di Brigitte Roüan. Con Carole Bouquet, Jean-Pierre Castaldi, Didier Flamand, Françoise Brion, Aldo Maccione. Titolo originale Travaux. Commedia, durata 95 min. – Francia, Gran Bretagna 2005

Fino dalle prime battute il film della Rouan denota l’intenzione sovrana di fare ridere con una “storia di ordinaria follia” domestico/costruttiva. La cosa ha illustri precedenti, nel cinema e nella letteratura francese e inglese, dove si contano molti esempi simili, imparentati da un fattore comune: il distacco piccolo borghese, presuntuosamente aristocratico, dal misero mondo degli operai, che, oltre che poveri e ignoranti, vi risultano incapaci e ridicoli. Detta così fa un po’ meno ridere, forse, ma è difficile da negare. Peraltro, sul piano politico e dell’equità sociale, è meno grave mettere alla berlina un ceto (o una classe?) che combatterlo o affamarlo, come succedeva in passato. E ridere dell’operaio grezzo e incapace succedeva già nell’epoca del latifondismo agrario nei confronti dei poveri contadini o dei servi, in tutte le letterature (dove al popolino dalle scarpe grosse si riconosceva al più un cervello fino, e una buona dose di furbizia e scaltrezza ).
Tale considerazione non va presa come un mio personale arzigogolo; e lo dimostra proprio l’atteggiamento dell’interprete principale del film, la meravigliosa Carol Bouquet. Avvocato di grido, nel film, schierata dalla parte degli immigrati e dei disadattati delle banlieu, vuole farseli piacere a tutti i costi per lavarsi la coscienza, con l’aplomb tipico del radical-chic; ma finisce poi per capitolare, ritornando stizzita all’insofferenza classista della sua cultura, col riaffermare apertamente che «in fondo sono sempre io la padrona!». E del bisticcio interiore tra l’anima democratica e quella borghese-padronale che in lei convivono, risultano espressione simbolica i due figli, la ragazzina svaporata che istintivamente concede confidenze agli operai dell’impresa, e il fratello maggiore, finto fricchettone-alternativo, che per primo si indigna per l’attentato alla proprietà… della sua camera. Nel confronto tra questi due personaggi, al di là dell’intenzione comica, sta dunque la chiave interpretativa del film, che emblematizza lo stato di disagio e di confusione “etico-comportamentale” in cui ci troviamo al giorno d’oggi tutti noi del mondo occidentale avanzato; dibattuti al nostro interno tra la formazione liberal-democratica imperante dal dopoguerra in poi, e un vecchio retaggio di conservatorismo razzista sepolto nel nostro inconscio profondo. Ne abbiamo giustamente vergogna e stentiamo ad ammetterlo, ma talora riemerge inaspettatamente come uno sgradevole rigurgito del nostro stomaco democratico;come in fin dei conti succede, anche se meno grave, col campanilismo, che nessuno vuole riconoscere, ma che serpeggia da sempre tra Nord e Sud di Italia, con varie forme degenerative di stampo leghista.
Si ride, dunque, nel film, con toni leggeri e un po’ superficiali, senza attingere a quelli più gravi della satira e del sarcasmo; ma non si ride sempre.
Il film parte bene, con trovate deliziose e autoironiche, come quella del balletto-seduzione con cui la fascinosa avvocatessa vince la sua causa in tribunale, a simboleggiare su cosa si fondi la fortuna delle donne! Ma nel prosieguo tende a ripetersi un po’ troppo, rasentando talora la noia, dilungandosi in eccesso, e insistendo forse troppo sulla presunta primitività degli immigrati (non a caso, in conclusione, il ringraziamento tardivo a tutti loro da parte della regista!).
Ciò malgrado, un film da vedere per diversi motivi: la presenza di Carol Bouquet, capace di abbandonare i panni tradizionali da algida gran dama, prendendosi in giro per prima. E poi per l’onestà intellettuale della regista nel mettere in scena uno dei problemi più attuali del mondo globale: la convivenza con esseri umani tanto diversi, in apparenza, ma pure tanto eguali a noi sul piano dei bisogni esistenziali. Con cui dobbiamo imparare a sederci a tavola, spezzando il pane della mensa comune, e dividere una camera da letto-dormitorio collettivo, come in un utopico ostello globale! Non è retorica, come dimostrano la fine del colonialismo, l’espansione della democrazia e l’emergenza del terzo mondo.
Per concludere aggiungerei al film un altro merito: far ridere su un tema delicatissimo come quello dei lavori in casa, che, al contrario, creano sempre isterismi incontrollati, nelle padrone di casa. Sono loro a volerli, magari senza ragione, ma poi li vivono come vittime sacrificali, lamentandosi di tutto e perseguitando le malcapitate imprese! (Per non parlare dei traslochi… dove la fatica sembra tutta loro… ma, in effetti, a sudare è qualcun altro!!).
Giorgio Villosio http://www.filmscoop.it 10/03/2006

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