Le nevi del Kilimangiaro

Un film di Robert Guédiguian. Con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Maryline Canto, Grégoire Leprince-Ringuet. Titolo originale Les neiges du Kilimandjaro. Drammatico, durata 107 min. – Francia 2011. – Sacher

(…) Un film dalle forti tematiche, sulla realtà del sindacato operaio (anche se non si tratta di un film a tesi) e degli errori in buona fede in cui può incorrere chi lotta per la classe. Le nevi del Kilimangiaro è un film che potrebbe essere stato girato trenta anni fa, con un tocco leggero, spesso divertente, riesce a toccare argomenti estremamente scottanti e a far commuovere il pubblico per l’umanità calorosa rappresentata dalla coppia dei protagonisti. Difficile non trasformare un film che inizia con il licenziamento di un ultra cinquantenne in un dramma sociale alla Ken Loach, in questo caso le periferie medio borghesi di Marsiglia fanno da sfondo a un racconto che potrebbe ricordare più lo spirito di Frank Capra che quello del realismo di un certo cinema politico. (…)
Carlo Prevosti, http://www.cineblog.it, 18-11-2011

Cantore del proletariato, narratore di storie che ruotano spesso attorno alla difficoltà di uscire da una sofferenza economica che è anche e soprattutto mentale, il francese Robert Guédiguian (figlio di immigrati: armeno il padre, tedesca la madre) s’ispira alla poesia di Victor Hugo Les pauvres gens (La povera gente) per narrare come la serenità acquisita da un proletariato che si è fatto strada negli anni ‘70 e ‘80 a suon di scioperi e sacrifici – per raggiungere quella sorta di ‘illusione borghese’ nella quale ora vive – sarà facilmente messa in discussione da un ragazzo qualunque, che di quel proletariato fa ancora parte a pieno titolo, e che nell’ingiustizia di aver perso il lavoro troverà il coraggio di rendersi egli stesso partigiano di ingiustizie. Dunque per questo meno condannabile? Questo lo spinoso quid alla base del film. Una storia che si trascina dietro grandi valori e grandi sentimenti (tutti catalizzati dal grande carisma di una coppia amorevole e ‘giusta’ oltre ogni umana aspettativa) ma lo fa con una regia estremamente luminosa (giornate di sole avvolte dal frinire delle cicale) che si muove con la leggerezza di una piuma, sempre in bilico tra il giogo degli attriti sociali e l’armonia soffusa che scaturisce degli affetti (quelli veri), capaci di superare con coraggio e dignità qualsiasi impasse esistenziale.
Michel (il sempre ottimo Jean-Pierre Darroussin), sindacalista convinto (una passione nata sulle pagine di quei fumetti in cui lui s’immedesimava nella figura di giustiziere) prossimo alla pensione, viene licenziato all’interno di un drastico quanto casuale (i licenziati verranno estratti a sorteggio) schema di tagli. Assieme a lui perdono il posto altri lavoratori, più o meno giovani, più o meno esposti alla miseria, tra cui il giovane Cristophe, un ragazzo con una madre irresponsabile e due fratelli piccoli a carico. Nonostante il licenziamento, Michel continuerà a vivere normalmente la sua vita, oramai resa piuttosto morbida da una acquista sicurezza economica (una bella casa, le grigliate domenicali, i figli e i nipoti cui badare, i viaggi – o meglio un viaggio regalatogli dai figli in occasione dei suoi trent’anni di matrimonio con la moglie Claire-), un’unione fondata su solidi sentimenti di fiducia, stima e affetto reciproci. Ma un pomeriggio, radunatisi per giocare a carte con la sorella di Claire e suo marito (anch’egli sindacalista da una vita), l’armonia dei due coniugi verrà bruscamente interrotta da due giovani che li malmeneranno e deruberanno senza scrupoli (anche e soprattutto della loro serenità), lasciandoli impauriti e profondamente scioccati da tanta brutalità esercitata ai loro danni. Qualcosa che mal si sposa con i sacrifici e la fiducia nel prossimo che era alla base del loro ideale sociale. Cominceranno una serie di dubbi e interrogativi sulla strada che li ha condotti a quella vita che ora sembra agiata e che, forse, non contempla la miseria che è invece stata trasferita altrove. Ancora una volta, starà alla loro splendida solidità umana e relazionale sciogliere i nodi di quel denso dramma esistenziale per riuscire a sedare il senso di rivolta sociale che s’insinua tra ricchi e poveri, agiati e miseri, senza tenere conto di valori estremamente importanti come il senso di solidarietà.
Per chi e per che cosa abbiamo lottato? È questa la spinosa questione su cui indaga Le nevi del Kilimangiaro, un film sul confronto umano e generazionale tra persone appartenenti allo stesso ideale sociale, tutte ugualmente vestite di tute blu, eppure ritrovatesi a rappresentare due stadi diversi del loro sogno (l’utopia e la realizzazione) inesorabilmente in conflitto tra di loro. Uno stato di appartenenza minato da una specie di sorteggio fatale capace di porre gli individui, a caso, da una parte o dall’altra della barricata di un’esistenza felice. Eppure, una volta attraversato il sorridente giardino della loro vita, scontratisi contro il muro di chi in quel giardino non vi ha mai messo piede, Michel e Claire sapranno mettersi in discussione e, soprattutto, a disposizione del prossimo, abdicando a un pezzo di quell’illusione borghese alla quale appartengono, e spogliandosi dei privilegi acquisiti per aiutare, nonostante tutto, chi si trova in difficoltà. Un bel film sulla felicità e l’infelicità familiare che a un certo punto s’incontrano e imparano a stringersi la mano, rispondendo alla domanda: per chi e per che cosa abbiamo lottato?
Elena Pedoto, http://www.everyeye.it, 28/11/2011

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