Pina

Un film di Wim Wenders. Con Pina Bausch, Regina Advento, Malou Airaudo, Ruth Amarante, Rainer Behr. Titolo originale Pina. Documentario, durata 100 min. – Germania 2011. – Bim

Il talento visivo di Wenders si confronta con la potenza espressiva delle coreografie di Pina Bausch (già comparsa sul grande schermo per Fellini ed Almodovar), il risultato è il documentario musicale “Pina”. Il lavoro era nato da un’idea di collaborazione dei due, amici sin dagli anni ’70, e concretizzatosi solo nel 2008 per subire un drastico arresto nell’anno successivo quando il 30 Giugno la Bausch morì all’età di 68 anni. A breve distanza il progetto ripartiva, ma ristrutturato sin alle fondamenta per diventare un ricordo del lavoro ed un omaggio alla coreografa del Tanztheater Wuppertal.
Sin dall’apertura col Rite of Spring, per il quale il palco è completamente ricoperto di terra, “Pina” segue le principali coreografie che la Bausch aveva disegnato sui principi del teatrodanza, un progetto che idealmente portava a termine quel processo di liberazione dai canoni del balletto classico che già Francois Delsarte aveva messo in crisi e che si accentuavano nell’espressionismo tedesco negli anni di Weimar. La liberazione del corpo da ogni costrizione e necessità, la ricerca di una libertà espressiva e comunicativa che rompeva anche il silenzio dei corpi muti conduceva ad una rottura con una struttura narrativa lineare sfociando nel simbolico che evocativamente cercava di accordarsi con le più primitive pulsioni umane. Una raffigurazione della vita in ogni sua tendenza. Un compito questo cui Pina Bausch ha dedicato la sua intera vita raggiungendo, con uno sguardo pittorico sulla messa in scena e con un fascio di idee ben salde, il riconoscimento da parte di critica ed ampio pubblico in giro per il mondo.
Wenders, poliedrico occhio del nuovo cinema tedesco, offre con “Pina” una nuova dimensione al lavoro infaticabile della Bausch aprendogli spazi che la natura scenica delle opere di teatrodanza precludeva e con continue invenzioni visive porta alla fioritura di tutte le idee della coreografa tedesca. Il risultato è un’opera emozionante, visivamente potente. Così gli infiniti ostacoli del cieco Café Müller disturbano e sbarrano i movimenti dei ballerini in una danza malinconica che accelera vertiginosamente quasi fino al collasso delle membra e che il regista inscatola in un plastico osservabile dall’esterno, così la gioia esplosiva di un movimento attorno al quale la coreografa struttura Full Moon e che Wenders insegue rompendo la barriera frontale del palcoscenico. Corpi che cercano di ricavare la loro dimensione negli spazii urbani con i quali si integrano o lottano, con cui si accordano o stridono in modo disturbante. Corpi che divengono ostacolo o mezzo di liberazione. Corpi che continuamente cercano il loro più autentico mondo d’appartenenza nell’incontro/scontro con gli elementi naturali o con gli artifici umani. Un corpo, è quello dell’uomo, che cerca instancabilmente la sintesi col mondo circostante. Gravità, leggerezza, costrizione, libertà. “Pina” è la coscienza del corpo, semplice bellezza. In questo accorato ricordo di un’amica perduta ricostruito attraverso le parole dette e impresse nella mente, memoriale di una grande artista, Wenders in un dono d’amore disintegra la forma-documentario per ricostruirla attorno al flusso delle danze che sembrano già dialogare tra loro e ci offre alcune delle più belle immagini del cinema dei nostri giorni, evocative icone in movimento che si fanno largo nell’inconscio. Tra tanti timidi sguardi che sfiorano a malapena la cinepresa si alza un inno alla vita, lirica struggente della bellezza stessa.
Simone Pecetta, http://www.ondacinema.it

L’approccio ad un film come Pina è colmo di timori, che già s’insinuano al solo pensiero di dover affrontare la difficoltosa visione di un genere mai troppo amato al cinema come il documentario. Il solo sentire poi il termine “teatrodanza” acuisce la soggezione, che è indeterminata (e indeterminabile) se se ne ignora la natura, o, perfino, l’esistenza. E’ il tipico caso in cui si parla di operazione necessaria, doverosa, volta a celebrare e far conoscere una figura di rilievo, ma che non ha certamente quell’appeal occorrente ad attrarre le masse. Peccato. Sì, perché, a proiezione avvenuta, non si può che prendere atto di quanto siano infondate e puerili certe paure, (auto)alimentate dall’idea di esplorare qualcosa di “diverso“, di “altro”, confuso nel flusso di omologazione da cui — va detto — ci piace farci avvolgere. Wenders non svolge un mero compitino con cui narrare la vita di Pina Bausch, anzi, andando oltre la superficiale e asettica esposizione biografica, c’immerge nel suo mondo, ponendoci al centro della scena, ovunque sia, a respirare gli spostamenti progressivi del linguaggio: il linguaggio del corpo — scosso da fremiti evocativi e liberi, complessi ancorché poco comprensibili — che si libra, ispirato e (in)cosciente, in quella perpetua agitazione nevrotica che è la coreografia della vita. Che è fatta di cicli (le stagioni), di quotidianità (le vie cittadine), di ostacoli sia naturali (l’acqua, la roccia) sia artificiali (le sedie) che la danza può insegnare a scalare, oltrepassare, “vivere”. E’ la danza un mezzo di espressione del proprio io, giunge lì dove la parola esaurisce il suo valore, squarcia quelle barriere automatizzate che impediscono la piena consapevolezza di sé e della propria libertà, aiutando a relazionarsi in armonia con la natura e gli ambienti circostanti e soprattutto con gli altri. Corporeità che si svela e si rivela per mezzo di movimenti vigorosi, estremi, assurdi, articolati, ipnotici, che esplorano limiti ed espandono facoltà. Fisicità che vivifica l’anima.
M Valdemar, cinerepublic.film.tv.it, 9-11-2011

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