Sette opere di misericordia

Un film di Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio. Con Roberto Herlitzka, Olimpia Melinte, Ignazio Oliva, Stefano Cassetti, Cosmin Corniciuc Drammatico, durata 103 min. – Italia, Romania 2011. – Cinecittà Luce

Luminita è una giovane clandestina che ha un piano per uscire dalla sua deprimente situazione. Cercando di portarlo a termine si imbatte in Antonio, un anziano profondamente misterioso e malato. L’incontro sarà duro e porterà a delle conseguenze inattese. Opera prima dei fratelli De Serio, Sette opere di misericordia è un vero e proprio pugno nello stomaco. Prendendo come spunto le sette opere di misericordia corporale che un cristiano deve compiere nella sua vita, i registi torinesi costruiscono una vicenda a incastro, nella quale i corpi straziati, segnati dal corso del tempo e dal disagio sociale, vengono ostentati davanti alla macchina da presa e diventano funzionali per un’insperata possibilità di autentico contatto umano. Contraddistinto da cartelli, che elencano le opere senza suddividere la pellicola in sette capitoli e che commentano in modo drammaturgicamente ironico le azioni che vengono esibite, il film mostra il fianco alla riscoperta di un sentimento puro, che si instaura tra i due personaggi, figlio di una compassione reciproca. Unendo Antonio e Luminita in questo reciproco percorso di crescita esistenziale, i fratelli De Serio mostrano le fedeli rappresentazioni di due momenti storici differenti, due simboli dell’immigrazione – l’una interna e l’altra estera – che ha contraddistinto l’Italia degli ultimi cinquant’anni.
Territorio conosciuto e mostrato nella sua crudezza e nella sua degradazione, la periferia torinese diventa personaggio del film, con una sua precisa e compiuta caratterizzazione. Infatti, riducendo volutamente la profondità di campo, è inquadrata principalmente in modo sfocato ed è contraddistinta da numerosi rumori urbani, che diventano la perfetta colonna sonora della pellicola. Pochissimi dialoghi si immergono in una città evocata, nella quale palazzoni,spazzature agli angoli della strada e baraccopoli sono gli elementi che si possono riconoscere lucidamente. Girato esclusivamente con un largo utilizzo di luce naturale, Sette opere di misericordia si compone di immagini chiaro-scure a tratti disturbanti, ma estremamente significative, di uno stile fatto di primi piani frontali e simmetrici e di grandangoli essenziali, che richiamano l’iconografia della storia dell’arte. Altro aspetto rilevante è la fotografia di Piero Basso, in cui si respira profondamente il freddo di una città industriale come Torino. Grande merito per la riuscita del film va riconosciuto a Roberto Herlitzka, che arricchisce la pellicola con una grande interpretazione, fatta esclusivamente di gesti e di sguardi malinconici, e a Olimpia Melinte, giovane clandestina che non sopporta più la sua condizione di disadattata sociale. Sette opere di misericordia si lascia ammirare, rapisce lo spettatore grazie all’approccio autoriale che i fratelli De Serio imprimono alla pellicola. Lo stile registico è ricercato e rifugge fermamente la convenzionalità, che, normalmente, si compone di un linguaggio cinematografico piatto e si sorregge esclusivamente sull’apporto fondamentale della sceneggiatura. Difatti i temi che i De Serio affrontano (problema dell’identità, crisi e disagio sociale) sono celati dietro un compiuto apparato stilistico, che reclama la scena tutta per sé e la ottiene; un’esigenza che non permette allo spettatore una facile comprensione. Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Sette stazioni che percorrono il film, che lo scandiscono in modo regolare. Non ricercando un necessario lieto fine, Sette opere di misericordia percorre un binario che modifica le intenzioni, che esplora l’animo umano e che simbolicamente passa dal nero dei titoli di testa al bianco di quelli di coda. Un cambiamento che si fa cromatico, ma soprattutto morale.
Andrea Ussia, http://www.persinsala.it

(…) Se vivessimo nell’area francofona in cui la passione cinefila è ancora intensamente vissuta si potrebbe paragonare l’esordio nel lungometraggio di finzione dei fratelli De Serio a quello dei Dardenne con La Promesse. Temiamo invece (sperando ovviamente di essere smentiti) che questo film non riceva l’attenzione che invece merita. Perché la rilettura delle cristiane opere di misericordia non ha nulla di confessionale e invece ha moltissimo di quel cinema che sa scavare a fondo nell’animo umano tout court. Nel deserto delle vite dei due protagonisti sembra non esserci spazio per un sentimento che vada al di là del sopravvivere a se stessi. Antonio trascorre le sue giornate in spazi in cui il buco che ha in gola sembra aver assorbito come un’idrovora qualsiasi possibilità di bellezza. Luminita ha invece la ferinità di un animale la cui gabbia è una città che le è estranea e i cui feroci guardiani parlano la sua stessa lingua. Per lei la misericordia e le sue opere si sono capovolte in azioni il cui fine non è un cuore che condivide la miseria umana (come vuole la matrice latina della parola) ma l’usare l’altro ai propri fini. I De Serio ci mostrano questo scontro/incontro tra due aride solitudini andando alla ricerca non di un lieto fine quanto piuttosto di un ‘fine’, di un senso dell’esistere. Lo fanno con un lucido percorso scandito dalle sette stazioni del titolo nell’ambito del quale lo spettatore è chiamato a interrogarsi e quasi a porsi lui come regista chiedendosi quale sarà l’evolvere della vicenda e quale direzione prenderanno gli eventi. È un cinema fatto di gesti, di sguardi, di silenzi più che di parole questo Sette opere di misericordia, ma proprio grazie al suo rigore stilistico riesce ad arrivare nel profondo e a farsi film difficile da dimenticare.
Giancarlo Zappoli, http://www.mymovies.it

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