Shame

Un film di Steve McQueen. Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware. Drammatico, durata 99 min. – Gran Bretagna 2011. – Bim

Di donne in abiti succiniti, seminude o nude ne è piena la televisione, il cinema e qualsiasi altro mass media esistente. Ne siamo talmente assuefatti che quasi non ci facciamo più caso se viene scelta l’immagine di un’avvenente ragazza in bikini per pubblicizzare un dentifricio o un servizio di porcellana o qualsiasi altro prodotto non abbia a che fare con il connubio mare-spiaggia-sole. Ma se un attore di Hollywood si mette letteralmente a nudo davanti le telecamere, questo si che suscita clamore e sconcerto. Un uomo non può mettere a nudo le sue pudenda. È disdicevole. E siamo nel 2012, il Medioevo è passato da un pezzo.
Vergogna dunque al bigottismo (della critica). “Shame” il film di Steve McQueen, presentato in concorso alla 68° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, affronta la dipendenza dal sesso, assumendo il punto di vista forte e personale di Brandon (Michael Fassbender) .
Uomo d’affari di New York, Brandon ha un’insaziabile voglia di sesso e non riesce a reprimere le sue pulsioni che sfoga, non solo con l’autoerotismo, ma anche con incontri occasionali con donne di professione, sconosciute e ragazze abbordate nei bar. Tutto questo porta Brandon ad isolarsi e vivere in maniera fredda i rapporti umani, primo fra tutti il tormentato rapporto con la sorella (Carey Mulligan), una spiantata cantante che cerca disperatamente di salvare il fratello mentre cerca di guarire se stessa.
La Coppa Volpi, il premio per la migliore interpretazione maschile al Festival di Venezia, è indubbiamente meritato dal poliedrico Fassbender, che riesce a dar vita ai tormenti dell’animo di Brandon, consapevole di deteriorare tutti i legami affettivi presenti e futuri per il suo comportamento, e al contempo incapace di districarsi dalla forza delle sue pulsioni, rimanendo vittima di esse.
Carey Mulligan dà vita a una ragazza interrotta, Sissy, che, come il fratello ma per motivi diversi, non riesce a gestire la propria esistenza, le proprie relazioni sentimentali, rimanendo imprigionata in una visione troppo ingenua della vita.
Un film che analizza un tema delicato e poco trattato, quello della dipendenza da sesso dal punto di vista maschile, esaminando la solitudine e la fragilità della vita del protagonista. Ma tale analisi sfiora solo la superficie e non si immerge nella profondità dei legami che Brandon instaura con la sorella e le persone che fanno parte della sua vita, lasciando spazio ad una visione più fredda che intima.
Parafrasando una famosa commedia shakespeariana “Molto rumore per nulla” dunque per “Shame” che, seppure in parte deludente dalle aspettative create tra lo scalpore e l’ovazione Veneziana, rimane un film di qualità, con un’originale e schietta visione di un tema delicato e scottante.
Eva Carducci, http://www.ecodelcinema.com

Brandon ha un problema di dipendenza dal sesso che gli impedisce di condurre una relazione sentimentale sana e lo imprigiona in una spirale di varie altre dipendenze. Nulla traspare all’esterno: Brandon ha un appartamento elegante, un buon lavoro ed è un uomo affascinante che non ha difficoltà a piacere alle donne. Al suo interno, però, è un inferno di pulsioni compulsive. Va ancora peggio alla sorella Sissy, bella e sexy, ma più giovane e fragile, la quale passa da una dipendenza affettiva ad un’altra ed è sempre più incapace di badare a se stessa o di controllarsi.
Dopo aver colpito indelebilmente gli occhi di chi ha visto il suo primo film, Hunger, colpevolmente non distribuito in Italia, il videoartista britannico Steve McQueen richiama con sé Michael Fassbender come protagonista di Shame, un film che è altrettanto politico, nelle intenzioni, per quanto non lo sia esplicitamente nel soggetto (com’era invece per la vicenda di Bobby Sands).
Alla prigionia del carcere, dove l’uomo è privato di tutto, si sostituisce qui una trappola mentale altrettanto incatenante e umiliante, favorita paradossalmente dalla libertà di potersi comprare tutto e subito: una escort, una stanza d’albergo o un film. È l’altra faccia della società “on demand” quella che McQueen racconta in questo dramma privatissimo solo all’apparenza, venato di una tristezza senza freni. La nudità di Fassbender, che apre il film, è soprattutto una condizione figurata e quando, man mano che il minutaggio avanza, l’interpretazione dell’angoscia si fa più dichiarata e arrivano le lacrime e le contorsioni, si ha quasi l’impressione che non aggiungano molto ma diano solo più senso a quelle prime sequenze, che già contenevano tutto.
Meno straordinario di Hunger, più imploso e grigio (non solo nella pigmentazione), Shame conferma la grande capacità di McQueen nella scelta delle inquadrature, il suo lavoro singolare sul sonoro, la poetica dell’accostamento di bellezza e brutalità, qui meno evidente ma non meno presente. Ma un grande dono viene senza alcun dubbio al film dal contributo di Carey Mulligan, che presta la sua bravura al personaggio tragico di Sissy e al suo sogno senza fondamento di un “brand new start”, di poter ricominciare da capo lì a New York perché, come canta in una sequenza da brivido, “if I can make it there I’ll make it anywhere”. Ma è vero soprattutto il contrario.
Marianna Cappi, http://www.mymovies.it

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