Il mio domani

Un film di Marina Spada. Con Claudia Gerini, Raffaele Pisu, Claudia Coli, Paolo Pierobon, Lino Guanciale. Drammatico, durata 88 min. – Italia 2011. – Iris Film Distribution

Monica si sforza di credere che il vuoto sia un valore positivo, un qualcosa da riempire quando si presenteranno all’orizzonte nuove opportunità, ma lei per prima non riesce a farlo. È figlia di un padre molto anziano e malaticcio che vive da solo in una grande casa di campagna della provincia di Milano e non fa che pregare, figlia di una madre mai perdonata che è fuggita con un altro uomo quando lei era piccola, sorellastra di una donna piena di rancore e di problemi, zia di un nipote adolescente ribelle caduto in una profonda crisi esistenziale. Monica si sforza di credere a ciò che insegna nei suoi corsi per giovani manager, ma si accorge sempre di più che la sua è solo ipocrisia.
Incapace di comunicare, di provare un qualsiasi sentimento e di viverlo, Monica si rifugia nella precarietà dei rapporti occasionali e in relazioni del tutto prive di una prospettiva. Fluttua in una vita senza affettività, nella totale incapacità di vedere il rapporto con gli altri come qualcosa di diverso dallo scambio commerciale in cui c’è sempre una contropartita adeguata all’investimento. Per riuscire a guardarsi con gli occhi degli altri e a superare finalmente il suo blocco, Monica si è anche iscritta ad un corso di autoritratto fotografico, ma nonostante questo continua a guardarsi intorno anziché dentro. Crisi costante, condivisione, sacrificio e cambiamento: parole importanti che Monica usa tutti i giorni sul lavoro ma che non riesce in alcun modo a far sue. La morte improvvisa del padre la spingerà a tagliare definitivamente il cordone ombelicale che la legava ad un passato di anaffettività e abbandono, costringendola a fare finalmente i conti con il suo ieri per ed accogliere a braccia aperte un domani diverso. Per Monica è arrivato il momento di fare finalmente tabula rasa…
Mai nulla di banale, mai una parola fuori posto o di troppo. Marina Spada sfrutta un agghiacciante minimalismo emotivo e sentimentale per raccontare la storia di una donna come tante, una donna che si prodiga per trasmettere agli altri valori in cui non crede, che si limita a regalare soldi e dolcetti ai suoi familiari per dimostrare ‘vicinanza’, che non ha amici, che vorrebbe essere madre, forse, ma che non riesce a stabilire un contatto affettivo con nessuno. Le responsabilità e la grande città che brulica e va veloce non aiutano, anzi la allontanano ancora di più dalla realtà.
Per raccontare questa straniante storia familiare, Marina Spada e Claudia Gerini prendono le distanze da un cinema moderno e popolare per dirigersi verso il dramma d’autore alla Antonioni, fatto di lunghi pianosequenza, di sguardi, di accenti e di lunghi silenzi di introspezione. Senza cioè cercare l’appoggio emotivo dello spettatore, che rimane inerme, investito da un’onda di gelido immobilismo. Una regia asciutta e rigorosa che non aiuta di certo lo spettatore a comprendere il finale del film, facilone, estremo e se vogliamo anche troppo prevedibile, totalmente fuori sincrono con tutto quello che la Spada aveva sapientemente confezionato con il suo inconfondibile stile fino a quel momento.
Bravissima Claudia Gerini, attrice poliedrica che torna in grande stile con Il mio domani al dramma d’autore, mostrando grande autocontrollo e grandissima padronanza del mezzo recitativo. Un film intenso e doloroso Il mio domani, che perde di intensità verso il finale lasciando pian piano per strada la fascinazione, lo sconcerto visivo e l’impronta drammaturgica che lo aveva contraddistinto nella prima parte. Una Spada che ferisce, ma solo superficialmente.
Luciana Morelli http://www.movieplayer.it

(…) Marina Spada non cambia scenario: ancora una volta al centro del suo cinema c’è la solitudine e il tentativo di uscirne. Ed è nuovamente una donna, la dottoressa Marina Barbieri incaricata di curare i corsi di formazione per gli impiegati dell’azienda per cui lavora, il terminale su cui far confluire una poetica esistenziale imbastita su una serie di immagini/simbolo capaci di racchiudere l’essenza delle cose. I campi lunghi sulle camminate solitarie della protagonista come sintesi di un progressivo distacco da se stessa e dagli altri, e poi la scena finale su un paesaggio finalmente assolato – la luce opaca nella prima parte, luminosa nelle ultime sequenze risponde allo stesso principio – con l’obiettivo che si apre gradatamente su un insieme al quale la donna sembra finalmente appartenere, e nel quale si riconcilia con la propria esistenza; la panoramica su un cantiere che assomiglia a Ground Zero, con i palazzi ancora in nuce ma avviati a sostituire ciò che c’era prima, come proiezione di un nuovo domani in via di costruzione. Il vuoto che diventa opportunità di cambiamento. Predisposizione ad accogliere il nuovo dopo aver fatto tabula rasa di quello che c’era prima. Dalla rarefazione dialettica Marina Spada trova la forza del suo cinema; uno sguardo essenziale, diretto, invisibile. (…)
Il titolo del film si riferisce ad un verso di Antonia Pozzi, poetessa suicidatasi in giovane età ed alla quale la stessa Spada aveva dedicato “Poesia che mi guardi”, docufiction realizzato nel 2009.
Carlo Cerofolini http://www.ondacinema.it

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