L’intervallo

Un film di Leonardo Di Costanzo. Con Francesca Riso, Alessio Gallo, Antonio Buil Puejo, Carmine Paternoster, Salvatore Ruocco. Drammatico, durata 90 min. – Italia, Svizzera, Germania 2012. – Cinecittà Luce

“Un canto di sfida può essere confuso con un canto d’amore”
Questa frase, attribuita al personaggio maschile, Salvatore, è un po’ facile chiamarla l’incantesimo che spezza la routine, però è altrettanto necessario soffermarsi sulle modalità del film, su quell’ingenuo richiamo ai nostri sogni che possono sembrare qualcosa di impossibile. Solo il bisogno di esprimerli dà voce al pensiero conglobato nella mente di ognuno di noi. I due protagonisti recitano a soggetto un’esperienza come una sorgente di vita. Ragazzi, non attori (Francesca Riso e Alessio Gallo), scelti dal regista tra 200 volti della periferia di Napoli, messi davanti a una rappresentazione temporale e quotidiana ambientata nell’ex-ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi.
E’ il racconto di due adolescenti, Salvatore e Veronica, con due ruoli diversi imposti, ma in fondo accostati da un destino comune. Sono entrambi chiusi per ore all’interno di un edificio abbandonato, con il compito di sorvegliarsi l’un l’altro.
In realtà lei è la prigioniera e lui un improvvisato carceriere, su commissione del capo clan della zona, il boss Bernardino. Lui gestisce con il padre un chiosco di bibite, che gli viene sequestrato affinché possa occuparsi esclusivamente di lei; lei ha avuto la colpa di essersi innamorata di un membro del clan rivale, e per questo dovrà pagare forse con la vita la sua offesa.
Si fanno strani incontri, in questo film, anche se non è facile percepirli in un primo istante. Forse con Zavattini, nonostante lo script rimandi immediatamente a quel prosaico confronto tra due persone che Ammaniti ha raccontato nel suo “Io e Te” e da cui Bernardo Bertolucci ha tratto il suo prossimo film. C’è qualcosa di “Seduto alla sua destra” di Zurlini, il dualismo è meno aspro e violento, ma permane un’amarezza di fondo; c’è, senza ombra di dubbio, “Una giornata particolare” di Scola, almeno nell’apparente distanza che divide i due ragazzi, che non è però la stessa del film di Scola, quando la si sconfessa impunemente, ma con quel sentimento talmente forte da non poter essere più estinto.
Il “miracolo” di Leonardo Di Costanzo sta tutto nella capacità di elaborare un gioco di ruoli che, esibiti nel processo coercitivo di un ordine prestabilito da altri, sostiene ancora la purezza virginale della libertà di pensiero, della moralità interiore. A poco a poco lo spirito dei ragazzi rivela quel candore da bambini che il mondo esterno aveva omologato con la brutale scelta di adulti precoci. La diffidenza si trasforma in una sorta di allegorica complicità, dove potersi confidare paure, speranze e sogni, dove esibire, come nel caso di Veronica, una sorta di perenne sfida, di indomito coraggio, con la sorte che rischia di attenderla. Ecco allora che la forza di chi sottomette gli altri al proprio servizio trova come espediente un pischello di nome Salvatore, già vessato nel quartiere per la sua opulenta fisicità, e forse per questo più spaventato e codardo della sua “amica”.
L’altra “magia” è quella che fa dello squallore urbano un posto imprevedibile dove poter sognare. La fotografia dell’eccellente Bigazzi, così malsana, cupa e quasi metafisica, imprigiona i due protagonisti e, di fatto, gli stessi spettatori tra fondamenta allagate, giardini incolti, rottami e rifiuti.
Ma mentre non cambia la nostra percezione visiva dell’angusto spazio, per Salvatore e Veronica questa prigionia può anche sembrare un mare immenso dove lasciarsi trasportare a bordo di una barca, un Eden più che mai cancellato dalle mani dell’uomo, e dal vizio deforme di una società alla deriva. O magari un Muro, non certo ideologico, messo di fronte alle poche aspettative di una fuga incerta, come nella sequenza più bella del film, la lunga corsa di Veronica verso una libertà che non ha un futuro, oscurata com’è dal nulla.
Sono desideri che non si avvereranno, profezie di morte che qualcuno neppure teme, giochi di condivisione che non potranno esigere mai la stessa spensieratezza di altri coetanei. E’ un’intimità aggrappata alla speranza, che cerca di ristabilire il contatto complesso con il minimo consentito delle aspirazioni. Di Costanzo ha decisamente colto nel segno, supportato dalla sceneggiatura di Angelo Barbanente e Maurizio Brocci (già collaboratori di Matteo Garrone per il suo “Reality”).
Fin dal titolo, che rievoca la sospirata pausa di una giornata di scuola, spicca per la sua soggettiva inedita e temporale, dove tracima sullo sfondo uno scenario che è più inquietante di qualsiasi orripilante disarmo urbano.
Applaudito al Festival del cinema di Venezia, dove ha vinto ben sette premi collaterali e guadagnato gli onori di tutta la critica, è un film che al rigore stilistico sovrappone una spontaneità artigianale non comune. Fuori e dentro il cosiddetto gioco degli specchi.
A cura di kowalski, http://www.filmscoop.it

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