The Master

Un film di Paul Thomas Anderson. Con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Ambyr Childers. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 137 min. – USA 2012

Ora che la Seconda Guerra Mondiale è finita, The Master, il film, è quel che rimane di Freddie: marine che non ha ruolo, soldato che non ha nemico, uomo che altro non conosce che deriva. Dopo il trauma bellico riesce solo a perdersi, Freddie. Freneticamente. Perdendo un amore, perdendo un lavoro. Da questa febbrile perdizione lo raccoglie Lancaster Dodd, guru di un nuovo credo, cercando d’educarlo alla propria Causa, fornendogli orizzonti. Ogni riferimento a Hubbard, Scientology e al suo stato nascente tra i detriti del conflitto mondiale è tutt’altro che casuale. Ma di relativa importanza. Non è un pamphlet contro un falso profeta, The Master. È, più profondamente, la messa in scena di una lotta – a tratti d’insostenibile violenza emotiva, a tratti prossima all’armonia erotica della danza – tra colonizzatore e colonizzato, analisi di una dialettica tra servo e padrone, condizionamenti e resistenze, reciproca soddisfazione e scarti indomabili. Ed è, soprattutto, un filmcervello in frantumi, anaffettivo ed efferato, costantemente alienato, scandaglio psichico di un’inquietudine in cerca d’equilibrio: totem e tabù, allucinazioni e ipotesi di realtà hanno la stessa consistenza d’immagine mentale. Una consistenza tesa tra l’asciutto realismo e l’astrazione, perfettamente resa dalla glaciale eppure ruvida fotografia del coppoliano Mihai Malaimare Jr., in bilico tra la matericità di Stroheim e la geometria di Kubrick, ancorata alla terra dalle interpretazioni gigantesche di Hoffman e Phoenix. E sospesa dalla musica di Greenwood, da un montaggio che agisce per corrispondenze, aprendo questioni, creando vuoti, lasciando spazio per l’inferenza dello spettatore, per il suo disorientamento tra i piani di realtà, per le sue domande sulle logiche del desiderio. In questo melodramma psicologico al maschile, la Donna è mito, ossessione che permea ogni immagine, proiezione. E all’opposto, ragione concreta, perché la Adams è Lady Macbeth. Nel suo ieratico tono minore in 70 mm, lontano dall’epica grottesca di Il petroliere, The Master è un altro figlio di Il figlio di Giuda di Richard Brooks, per Anderson un paradigma. Il film di Venezia 2012, premiato con la Coppa Volpi ai due protagonisti e il Leone d’argento a Paul Thomas Anderson.
Giulio Sangiorgio, FilmTV n. 1/2013 da http://www.filmtv.it

Freddie Quell è un soldato uscito dalla Seconda Guerra Mondiale con il sistema nervoso a pezzi. A poco servono le cure che l’esercito gli offre, se non a rendere esplicita un’ossessione per il sesso. A ciò si aggiunge un forte interesse per l’alcol che si traduce in misture che lui stesso si prepara e che offre agli altri con esiti non sempre positivi. Finché un giorno, in modo del tutto casuale, Freddie incontra Lancaster Dodd. Costui ha inventato un metodo di introspezione che sperimenta sul disturbato Marine, il quale sembra trarne giovamento. Da quel momento ha inizio un sodalizio che li vedrà percorrere insieme un lungo tratto di strada. Anche se il loro viaggio finirà con l’offrire loro esiti assolutamente diversi. Il film che è stato forse il più atteso alla 69^ Mostra Internazionale del Cinema di Venezia si rivela perfettamente in linea con l’autorialità di un regista che ha sempre cercato di scrutare il lato oscuro della psiche e dei comportamenti umani senza alcuna intenzione di scandalizzare ma con il desiderio di fare molto di più: cercare cioè di comprenderne le ragioni. Potremmo dire che queste si traducono nel suo cinema con un solo termine: solitudine. Soli, profondamente soli erano i protagonisti di Magnolia nel loro tentativo di sfuggire alle piaghe che spesso si erano inferti da soli. Solo era Il petroliere, bruciato dalle fiamme dei pozzi in cui scorre l’oro nero delle coscienze asservite al Dio Denaro. Soli sono Freddie e Lancaster. Il primo alla ricerca di donne di sabbia che plachino la sua sete sessuale ma anche inconsciamente desideroso di incanalare la propria violenza in forme socialmente accettabili. Il secondo, dotato di un potere di fascinazione su uomini e donne bisognosi di ‘credere’ a vite passate e pronti ad immergersi in dinamiche ipnotiche che li facciano sfuggire a un presente difficile da controllare. Il tutto, da una parte e dall’altra, in un dominio in cui la razionalità non possa infiltrarsi; pena il crollo del castello di illusioni. L’ispirazione a Hubbard, il fondatore di Dianetics, è esplicita ed innegabile ma Paul Thomas Anderson è abilissimo, ancora una volta, nello spiazzare lo spettatore. Chi si aspettava un pamphlet cinematografico sulla capacità di irretire e depredare economicamente gli adepti alla setta, non lasciando loro quasi nessuno spiraglio di fuga, si trova di fronte a tutt’altro. Freddie e Lancaster sono due uomini (perfetta la scelta di Phoenix e Hoffman) che si confrontano mettendo in gioco tutti i loro comportamenti devianti. La differenza tra di loro sta nel modo in cui riescono a gestirli. Alla fine del film si ripensa allo spazio angusto in cui i due si erano incontrati la prima volta mettendolo a confronto con quello in cui finiscono con il ritrovarsi uniti e al contempo divisi più che mai e ci si accorge che in quelle due location si sintetizza il senso di un’opera che sa andare oltre la contingenza della setta miliardaria. L’ultima inquadratura poi riapre il film e chiude l’analisi di una psiche.
Giancarlo Zappoli, http://www.mymovies.it

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