La città ideale

Un film di Luigi Lo Cascio. Con Luigi Lo Cascio, Catrinel Marlon, Luigi Maria Burruano, Massimo Foschi, Alfonso Santagata. Drammatico, durata 105 min. – Italia 2012. – Cinecittà Luce

Forse inaspettatamente, “La città ideale” si appresta in sala disvelando aderenze con l’attualità ad oggi sotto l’occhio mediatico di tutti. Siena, nel film icona della vivibilità felice, si scopre di recente a patrocinare lo scandalo Mps, mostrando il fango che fa capolino dalle tasche di un vestito ben confezionato, così come accade a Michele Grassadonia in una delle scene più simboliche della pellicola. Il protagonista, interpretato dallo stesso Lo Cascio, è un architetto votato all’ecologismo radicale che sperimenta sulla sua pelle la possibilità di vivere senza elettricità, macchina e riscaldamento e solo attraverso rudimentali e ingegnosi mezzi alternativi a soddisfare la sussistenza. In un momento in cui affiorano e si affermano temi come la decrescita, la green economy e la sostenibilità tout court, trascinati da una corrente emotiva pronta a incenerire (o a riciclare, se si vuol essere eco-friendly) ciò che si discosta dall’ideale purezza, anche questo sopracitato elemento fa da collante con l’attuale, avvicinando e creando correlazioni tra spettatore e immagini.
Attore che ha centellinato con risolutezza i lavori cui dedicarsi (“I cento passi”, “La meglio gioventù”, “Buongiorno, notte”, “Noi credevamo”, tra gli altri) che gli sono valsi l’appellativo di “impegnato”, a scomodare un aggettivo non più – ahinoi – in voga dagli anni di Volontè; Luigi Lo Cascio affronta la sua prima prova registica con coraggio e ambizione. “La città ideale” è una miscellanea di registri, dal cupo polanskiano alla commedia grottesca che si amalgamano in arabeschi onirico-simbolici, attraverso cui il protagonista è trascinato in una avventura kafkiana, dove la verità è un retaggio già sconfitto da Pirandello. Michele Grassadonia è innocente, lo spettatore ne è consapevole fin dal principio, ma la verità processuale, si sa (o forse no?), è ben altra cosa dalla verità storica. Una parola sbagliata, qualche vaghezza, e il brav’uomo che soccorre il malcapitato diventa un nome sul registro degli indagati. Cosicché anche la più forte delle convinzioni, la più tenace intransigenza morale, il formalismo paranoico più ostinato vacilla di fronte alla natura composita delle cose. Il protagonista deve interrompere l’esperimento – quello di vivere in ossequio a madre natura, revanscista di un’età dell’innocenza – senza averlo portato a termine. La vita gli ha mostrato la faccia e le cicatrici: è disordinata, impura, ma più complessa. Anche il suo rigido sistema di valori fa un passo indietro, fino a concedere la dimostrazione della sua innocenza a un avvocato, di quelli che difendono la gente di malaffare, che il buonsenso etico del protagonista respingerebbe.
Supportato da un comparto attoriale – Luigi Maria Burruano, Roberto Herlitzka, Massimo Foschi, Alfonso Santagata – di discendenza teatrale, il regista si affida ad un impianto drammaturgico, di sua scrittura, vicino alla farsa, cui la fluidità dei movimenti di macchina imprime rigore. Non esente da imperfezioni, come il disorientamento che deriva dalla commistione di stili, l’accessorietà e la ripetitività di alcune scene, soprattutto quando al servizio dell’elemento simbolico (il coraggio delle idee qui non collima col coraggio dell’esecuzione): gli studi sulla cattura della gulliveriana artista Catrinel Marlon sono di troppo se sovrappiù spiegati; “La città ideale” è un’opera prima che dà respiro al panorama cinematografico italiano troppo soffocato da scarse idee – che in questo caso, pur non nella novità, abbondano – e provincialismi di sorta e lascia ben sperare sul futuro di Luigi Lo Cascio dietro la cinepresa.
Francesca D’Ettorre http://www.ondacinema.it

(…) Esordio dietro la macchina da presa del protagonista Luigi Lo Cascio, prodotto da Angelo Barbagallo, La città ideale è una boccata d’aria fresca nell’asfittico panorama del cinema italiano. Talmente contemporaneo da avere anticipato paradossalmente la realtà, perché arroccata nella sua perfetta idealità è una città come Siena, nel frattempo precipitata in uno scandalo bancario che non sta facendo prigionieri. Michele, palermitano, è meticoloso fino alla maniacalità, smussa le asprezze di una vita che non vuole imprevedibile, perfino l’accento siciliano ha edulcorato (molto bello il dialogo con il poliziotto “paesano”) annullandolo in una cadenza neutra ed ecocompatibile. Come Pinocchio davanti al giudice affronta con animo puro un pubblico ministero da racconto kafkiano (mirabile interpretazione di Alfonso Santagata), riceve la visita di sua madre (Alda Burruano, mamma di Lo Cascio anche nella realtà, nonché sorella di Luigi Maria Burruano) e torna nel ventre molle di Palermo per il confronto definitivo con l’azzeccagarbugli che risolve problemi (Luigi Maria Burruano, appunto). Sullo sfondo, le macerie di un Paese che di sotterfugi e scorciatoie non può fare a meno, schiavo della burocrazia e del cupio dissolvi. Il registro scelto da Lo Cascio, autore anche del soggetto, è quello grottesco, a tratti onirico, fortemente simbolico, come è forse tendenza di certo cinema italico di qualità oggi (pensiamo a È stato il figlio di Daniele Ciprì, altro esordio recente). E sfilano tratteggiate in modo convincente le maschere di una ormai distorta commedia dell’arte, la nostra: i giudici e i gendarmi, le fate salvifiche, le madri divoranti e i figli ingenui che diventa sempre più complicato definire “innocenti”.
Mauro Gervasini http://www.filmtv.it

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